martedì 29 gennaio 2013

Un morto e tredici feriti, ma non e' un attentato


Un elicottero si è schiantato ieri mattina a Vauxhall, nel centro di Londra a due passi dall’ambasciata degli Stati uniti e dalla sede dei Servizi segreti britannici. Due persone sono morte nell'incidente e tredici sono rimaste ferite, quando l’elicottero è precipitato nella zona meridionale della città. Il veivolo commerciale era in volo tra Redhill e Elstree prima di precipitare sulle rive del Tamigi nel quartiere di Lambeth sud. Dopo la collisione con la gru del St. George Wharf, nuovo complesso commerciale e residenziale in costruzione, e l’impatto con il grattacielo residenziale alto oltre 181 metri, il veivolo è precipitato in fiamme.
A bordo dell’AW109, c'era soltanto il pilota che è morto sul colpo. Raggiungendo il suolo, l'elicottero ha investito diverse automobili in strada. I detriti prodotti dall'urto sono stati scagliati sulle facciate degli edifici adiacenti, che sono stati evacuati. Le strade della zona sono state avvolte dalle fiamme. «Abbiamo sentito un boato impressionante», ha raccontato con stupore Steve Carslake, accorso sul posto. «Ho guardato verso l’alto e visto l’elicottero. C’era molto fumo nero che ha subito coperto le vetture sistemate nei pressi, alcuni conducenti sono rimasti bloccati nelle vetture», ha continuato il testimone.
«Ho solo corso, ero terrorizzato. C’erano pezzi del veivolo che continuavano a piovere dall’alto», ha aggiunto Ray Watts, conducente della Sheffield Insulation. Secondo testimoni che hanno riferito l’accaduto a Scotland Yard, intervenuta pochi minuti dopo lo schianto, l'elicottero volava insolitamente basso. L'aviazione civile ha aperto un'inchiesta che ha già rilevato le precarie condizioni di visibilità a causa della fitta nebbia e dovrà chiarire se l'elicottero rispettava le norme per il sorvolo del centro cittadino. Nei primi minuti si è ventilata l’ipotesi di un attentato terroristico, poi esclusa dalla polizia. Il sindaco di Londra, Boris Johnson è intervenuto in merito alla regolamentazione dei voli nel centro di Londra, dopo le accuse di congestionamento e le polemiche sollevate per il luogo dove è avvenuto l’incidente. «Certamente sarà aperta un’inchiesta su come sia stato possibile che questo sia avvenuto e perché un disastro del genere non si ripeta», ha detto Johnson in una visita sul luogo dell’incidente. Anche il premier David Cameron ha sottolineato che le norme sulla sicurezza vanno completamente riviste per la continua trasformazione del tessuto urbano.

Articolo pubblicato sul Manifesto nel gennaio 2013

venerdì 25 gennaio 2013

Il processo a Mubarak e' da rifare


Giuseppe Acconcia
Il processo a Mubarak è da rifare. Se il principale successo del movimento sociale che ha coinvolto l’Egitto, a partire dal 25 gennaio 2011, è forse proprio la condanna all’ergastolo dell’ex presidente, la corte di Cassazione ha disposto la scorsa domenica un nuovo processo per Hosni Mubarak, e l’ex ministro dell’Interno, Habib el-Adly. L’84enne rais egiziano si trova dal 27 dicembre scorso nell’ospedale militare di Maadi, in seguito ad una caduta nella prigione di Tora, dove sconta la pena all’ergastolo per complicità nell'uccisione di circa 900 manifestanti durante le rivolte. Lo scorso due giugno, anche el-Adly è stato condannato al carcere a vita, mentre i figli di Mubarak, Alaa, Gamal e sei funzionari del ministero dell’Interno sono stati assolti.
Secondo attivisti e forze di opposizione, dietro il nuovo processo, si prepara l’impunità per il vecchio Mubarak, dopo che gli islamisti hanno incassato l’approvazione della Costituzione che sancisce il bando dei politici del Partito nazionale democratico (Pnd) dalla scena pubblica. Sin dal primo giorno di arresti domiciliari a Sharm el-Sheikh, gli avvocati dell’ex rais hanno tentato di prendere tempo e di umanizzare il “diavolo”, rappresentandolo quotidianamente come malato o in fin di vita.
Il revisionismo è dietro l’angolo. L’ex ministro della giustizia, Ahmed Mekky, commentò la sentenza di ergastolo sottolineando come le assoluzioni per el-Adly e i suoi sei assistenti avrebbero aperto la strada al perdono per tutti gli imputati nel processo. A conferma di queste parole, è arrivata lo scorso ottobre la sentenza che ha scagionato i leader del defunto Pnd dalle responsabilità nella “battaglia dei cammelli”, il giorno più duro delle rivolte, in cui si scontrarono in piazza Tahrir i sostenitori e gli oppositori dell’ex presidente. Secondo la corte, la maggior parte dei testimoni ascoltati nel processo era politicizzata. E quindi i temibili, Safwat Sherif, ex presidente della Shura, e Fathi Sorour, ex presidente del Moghles Shaab (Assemblea del popolo) sono stati prosciolti. 
È curioso che si voglia negare proprio la responsabilità della polizia nelle violenze. A quasi due anni dal 25 gennaio 2011, le rivolte egiziane e tunisine possono essere raccontate come l’opposizione alle abitudini umilianti e degradanti dei poliziotti nei quartieri popolari. Da poveri, disoccupati e venditori ambulanti, i poliziotti sono diffusamente percepiti come una forza paramilitare che usa torture e violenze. Gli agenti di polizia sono responsabili di controlli sulla riscossione delle tasse, sul traffico, i prezzi degli alimentari nei mercati, la moralità e la difesa dei luoghi pubblici.
Per questo, sulle responsabilità nelle violenze, i primi incriminati sono proprio i poliziotti. Il 25 gennaio 2011, al Cairo e Alessandria i manifestanti attaccarono prima di tutto un centinaio di stazioni di polizia, nei quartieri popolari di Helwan, Embaba, Bab al Sharya, Boulaq Dakrur e al-Mattarya. Quando la situazione sul campo apparve fuori controllo, la polizia scomparve, l’esercito decise allora di abbandonare Mubarak al suo destino e di non sparare sulla folla.
A quel punto, la tv di stato e la giunta militare per fermare l’occupazione dello spazio pubblico tentarono la carta del panico, puntando sul timore dei baltagi, i criminali. Tutti i manifestanti sono stati descritti come criminali. In realtà il termine baltagi è molto vago, in alcuni periodi storici è stato associato ai salafiti, in quartieri popolari viene ancora riferito a chi collabora o informa la polizia. Il culmine delle violenze è stata la strage di Port Said, lo scorso febbraio, in cui sono stati uccisi 74 sostenitori della squadra dell’el-Ahly, da molti ricordata come la suprema vendetta dei poliziotti contro gli Ultras, tra i protagonisti delle rivolte.
Le responsabilità di Mubarak nelle violenze di piazza sono ancora lontane dall’essere dimostrate o accettate unanimemente. Ma i danni che trenta anni di regime hanno portato all’Egitto non si misurano in vittime. L’estensione dei poteri di sicurezza a polizia e forze paramilitari sono state la conseguenza diretta della ritrazione dello stato dallo spazio pubblico, causata dalle misure neoliberali esasperate, promosse da Mubarak negli anni novanta.

 Articolo apparso sul Manifesto il 15 gennaio 2013

giovedì 24 gennaio 2013

Gli al Shaabab sfidano l'Eliseo


I miliziani somali al-Shabaab hanno pubblicato ieri su Twitter le immagini di un cadavere di un soldato circondato da equipaggiamenti militari. La didascalia alla foto diceva: «Hollande, ne valeva la pena?». Secondo i ribelli islamisti si tratterebbe del «comandante francese ucciso durante il blitz di Bulo Marer», disposto dall’esercito francese (Dgse) nella notte tra venerdì e sabato scorso per liberare l’ostaggio, Denis Allex, agente dei servizi segreti francesi in mano ai ribelli islamisti dal 2009.
In merito alle immagini diffuse ieri, il primo ministro di Parigi, Jean Marc Ayrault, ha parlato di «messa in scena odiosa». «La nostra operazione ha fallito ma il governo la rivendica pienamente perché non è compiacente verso i terroristi», ha aggiunto Ayrault. Nell’operazione, un soldato francese era stato ucciso e un secondo militare, rimasto ferito, è ancora considerato disperso.
Questa mattina, il portavoce degli al-Shabaab, Sheikh Abdiasis Abou Mousab, aveva assicurato che avrebbe mostrato le foto dei corpi dei francesi uccisi, uno dei quali morto in seguito alle ferite riportate nel blitz. Mentre il ministro della difesa, Jean Yves Le Drian, aveva confermato la morte dell’ostaggio e l’uccisione di un soldato nell’operazione. «Gli Shebaab si preparano a organizzare una messa in scena macabra e indegna», ha proseguito Le Drian in riferimento alle foto che sono state pubblicate ieri.
Tuttavia, secondo gli al-Shaabab, l’agente dei servizi segreti di Parigi, Denis Allex, catturato a Mogadiscio nel 2009, sarebbe ancora vivo. I ribelli somali hanno annunciato inoltre di aver deciso con un «verdetto unanime» la sorte di Allex e hanno assicurato che renderanno pubblica la loro decisione nelle prossime ore.
Dal canto suo, il presidente americano Barack Obama in una lettera inviata al Congresso, ha ammesso di aver fornito «un limitato sostegno tecnico» alla fallita operazione francese per liberare l’ostaggio in Somalia. Ma le forze aeree americane, si legge nella missiva, «non hanno preso direttamente parte all'assalto al compound dove si riteneva fosse tenuto l'ostaggio francese».
Il blitz fallito era stato deciso nel mese di dicembre, dopo che il ministro della difesa di Parigi aveva ricevuto informazioni sul luogo di detenzione di Allex. Tuttavia, secondo testimoni, gli insorti erano stati informati preventivamente su un possibile atterraggio dell’elicottero militare francese nel villaggio costiero meridionale di Bulo Marer. Le autorità francesi hanno riconosciuto che la resistenza degli islamisti è stata più efficace del previsto. Nell’operazione sarebbero rimasti uccisi otto somali. 

Articolo apparso sul Manifesto il 15 gennaio 2013

martedì 22 gennaio 2013

Il sito di Parchin nel mirino dell'Aiea

Al via oggi a Tehran una nuova ispezione degli osservatori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Il primo appuntamento della missione sarebbe nella base di Parchin, periferiameridionale
di Tehran. Si tratta di una basemilitare sotto il controllo dei Pasdaran dove nel novembre del 2007 si verificarono una serie di esplosioni sospette. Secondo gli osservatori dell’Aiea, proprio qui a Parchin, sarebbero stati effettuati test per l’innesco di ordigni atomici.
Il vice direttore dell'Aiea, Herman Nackaerts, punta a raggiungere un accordo quadro questa settimana con l'Iran che permetta agli esperti di indagare su presunte attività di ricerca da parte di Tehran per la costruzione di un’arma nucleare. Anche secondo il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Ramin Mehmanparast, ci sarebbero buone possibilità che «un’intesa generale venga raggiunta» in breve tempo. Ma il politico ha ribadito che Tehran si aspetta il «rispetto dei propri diritti» nell'uso del nucleare civile, dichiarandosi «pronto a rimuovere le ambiguità» che impediscono di considerare completamente pacifico il programma atomico iraniano. Tuttavia, il direttore dell'Aiea, Yukiya Amano, venerdì scorso, si era mostrato alquanto pessimista
affermando che la prospettiva di un successo nei negoziati «è molto opaca».
D’altra parte, il quarto round negoziale sul programma nucleare iraniano del gruppo 5+1 (imembri permanenti del Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite e Germania) potrebbe riprendere invece a fine febbraio. I negoziati con il gruppo di contatto sono ripartiti lo scorso aprile, dopo 15 mesi di sospensione. Ma il dibattito sull’Iran con l’atomica non si placa. E non mancano le voci, anche negli Stati uniti, che minimizzano l’impatto di un avanzamento nel programma nucleare di Tehran. Secondo Kenneth Waltz, docente di Scienza politica all’Università di Berkley, la disponibilità di un’arma atomica da parte di Tehran potrebbe determinare maggiore stabilità regionale. Da una parte, la capacità nucleare israeliana ha prodotto disequilibri regionali, dall’altra, il governo iraniano ha sempre agito razionalmente di fronte alle crisi. Secondo Waltz, in primo luogo, nuove sanzioni economiche contro l’Iran potrebbero accrescere la vulnerabilità
del paese e incrementare la necessità di protezione con armi nucleari.
In secondo luogo, l’Iran potrebbe acquisire la capacità di costruire e testare armi atomiche, pur non detenendone alcuna, per soddisfare bisogni di politica interna. In questo caso, se le autorità israeliane dovessero considerare, come una minaccia inaccettabile, capacità significative di arricchimento dell’uranio da parte di Tehran, potrebbero proseguire in azionimirate all’eliminazione fisica del personale qualificato,
impegnato nel programma nucleare. Conseguentemente, questo potrebbe determinare da parte iraniana una rinnovata necessità di fabbricare armi nucleari. Infine, l’arma nucleare ha spesso scoraggiato i
paesi che la detengono da azioni aggressive. È quanto avvenuto in India e Pakistan.

Articolo apparso su Il manifesto lo scorso 16 gennaio

domenica 20 gennaio 2013

La rappresaglia jihadista arriva dalle frontiere


È di due morti, un francese e un inglese, e sei feriti, il bilancio dell’attacco sferrato questa mattina da estremisti islamici contro un impianto petrolifero nel sud dell'Algeria. Nel mirino dei jihadisti è finito un impianto di gas naturale.
Si tratta di una joint venture gestita dalla Sonatrach, la compagnia energetica algerina, insieme alla multinazionale britannica British petroleum (Bp), alla norvegese Statoil e alla compagnia giapponese Jcg Corp, nella regione di Tiguentourine, distretto di Illizi, a circa 40 chilometri dalla città di Ain Aminas e a 60 chilometri dal confine libico.
Secondo l’unità di crisi disposta dalle autorità algerine, nell’attacco di Tiguentourine, sono stati prese in ostaggio 41 persone, tra cui sette americani, due francesi, cittadini britannici, un irlandese, tredici norvegesi
e tre giapponesi. Tuttavia, secondo le dichiarazioni dei responsabili dell’impianto della Sonatrach alla stampa algerina, al momento dell’attacco non ci sarebbero stati oltre venti lavoratori stranieri nel sito.
Mentre più di 150 operai algerini della società francese Cis Catering, sarebbero stati trattenuti nel sito della Bp per l’intera giornata di ieri. Nella serata di ieri piccoli gruppi di operai algerini sono stati rilasciati,
mentre sono ancora nelle mani dei rapitori i lavoratori stranieri.
Gli estremisti islamici della brigata Abderrahim Almouritani hanno rivendicato l'attacco al sito petrolifero
algerino. Secondo quanto dichiarato con una telefonata in anonimato all’agenzia mauritana Nouakchott Information Agency dal portavoce del movimento, il rapimento degli stranieri sarebbe una vendetta all’assenso fornito dal governo algerino al sorvolo di aerei dell’aviazione militarefrancese, diretti
in Mali.
La brigata Abderrahim Almouritani era guidata da Khaled Abu Al-Abass, conosciuto col nome di battaglia
di Moctar Belmoctar, militante noto per la sua ferocia e allontanato da Waddoud Droukdel, leader del movimento algerino Aqmi, anche detto Gruppo salafita per la predicazione e il combattimento, secondo
la stampa occidentale, legato al terrorismo islamico internazionale di al-Qaeda.
All’alba di ieri, prima dell’attacco, il gruppo estremista aveva preso di mira a bordo di tre veicoli un bus
che trasportava i lavoratori all’impianto di Ain Amenas. In quel momento sono intervenute le forze di sicurezza che hanno tentato di respingere l’attacco. Dopo di che i jihadisti sono entrati nella struttura
e hanno preso in ostaggio i lavoratori.
A quel punto, secondo le autorità algerine, l’esercito ha avviato un’operazione di contenimento per
circondare il campo e liberare gli ostaggi. Anche la Bp ha confermato la dinamica dell’attacco. «Non riusciamo a stabilire contatti con il sito, ma siamo a conoscenza dell’azione portata a termine da un gruppo
di uomini armati non identificati che ancora occupano l’impianto e tengono in ostaggio» alcuni operai,
si legge in un comunicato della multinazionale.
Secondo il quotidiano algerino al Khabar, è già in corso un trattativa tra il governo di Algeri e i militanti
islamisti. Una delle condizioni per il rilascio da parte della brigata Almouritani sarebbe la consegna nelle mani
dei rapitori di 20 veicoli e un transito sicuro verso il Mali. Tuttavia, nella serata di ieri, il ministro dell'Interno
algerino, Daho Ould Kablia, ha smentito «ogni negoziato con i terroristi».
Ricostruire i legami tra i jihadisti dell’Aqmi, gli islamisti maliani, mauritani e libici è particolarmente
complesso. Tuttavia, il gruppo estremista Ansar Dine che controlla la regione del Mali settentrionale di Azawad dove ha proclamato uno stato indipendente il 6 Aprile scorso sarebbe direttamente collegato
con il terrorismo internazionale nel Maghreb.
In particolare, Iyag Ghaly, leader degli Ansar Dine, guida delle insurrezioni tuareg è cugino di Hamada
Hama, comandante degli Aqim. Quest’ultimo è vicino ai tuareg per un matrimonio tra il suo fondatore,
Mokhtar ben Mokhtar, e quattro donne di prominenti famiglie tuareg.
I tuareg maliani e algerini hanno appoggiato il colonnello Mohammar Gheddafi negli scontri che hanno
portato alla sua uccisione nell’ottobre del 2011. Con il rientro in Mali, i tuareg delMovimento nazionale
di liberazione dell’Azawad hanno tentato di ottenere l’indipendenza scontrandosi direttamente con gli Ansar Dine maliani che ora controllano il nord del paese.
Secondo fonti libiche, vicine al governo transitorio e ai servizi segreti di Tripoli, anche l’agguato dello
scorso sabato al convoglio del console italiano a Bengasi, Guido De Sanctis, confermerebbe la rinnovata
presenza di jihadisti maliani in Libia intenzionati ad operare continue rappresaglie contro l’attacco
militare francese al Mali al via lo scorso venerdì. L’attacco francese al Mali serra le fila tra gli estremisti nord africani che puntano su attacchi mirati e alle compagnie petrolifere straniere
che operano nella regione.

Giuseppe Acconcia

Articolo pubblicato da Il Manifesto

sabato 19 gennaio 2013

Il limite dei principi fondativi della sharia


EGITTO/SCHEDA · Una Carta vaga ed ambigua

Il limite dei principi fondativi della sharia



Giuseppe Acconcia
ALESSANDRIA D'EGITTO
Mentre la stampa egiziana ha partecipato in massa ai funerali in piazza Tahrir del giornalista di el Fagr, Hussein Abou Deif, i Fratelli musulmani torneranno a far sentire la loro voce con una grande manifestazione oggi alla moschea el Adaweia, nel quartiere di Medinat Nassr al Cairo. Scendono in piazza per difendere la Carta forgiata e voluta dagli islamisti. Ma leggiamo i 236 articoli della nuova Costituzione egiziana. Tra promesse, indicazioni ambigue e vaghe emergono punti controversi. Nel preambolo si parla di «libertà di espressione, creatività, alloggio e proprietà», più avanti si fa riferimento all’uguaglianza di tutti «i cittadini, uomini e donne, senza discriminazioni o nepotismo». Uno degli articoli oggetto di dibattito è il secondo, «i principi della sharia (legge islamica, ndr) sono la fonte principale di legislazione». Ad acquisire un nuovo ruolo di indipendenza e controllo è il centro dell’Islam sunnita, la moschea di al-Azhar, definita un’«istituzione con autonomia esclusiva» e si negano ad autorità esterne i poteri di nomina e revoca del gran muftì. Il punto oggetto di controversie è invece l’articolo 219 delle disposizioni generali in cui si stabilisce una definizione molto ampia dei principi della sharia: regole fondative, giurisprudenza e fonti credibili della dottrina sunnita. Meno oscuri sono i punti che riguardano il pluralismo. «Il sistema politico è basato sulla cittadinanza, il multi-partitismo, la separazione dei poteri e il rispetto dei diritti umani», si stabilisce nell’articolo sei.
Più avanti (art. 10) si ricorda che «la famiglia è la base della società ed è fondata su religione, moralità e patriottismo», nello stesso contesto si aggiunge che una donna ha il diritto «ad una maternità gratuita e alla salvaguardia della salute del bambino» e debba conciliare «i doveri verso la sua famiglia con il suo lavoro». Una buona parte della Carta costituzionale si occupa di diritti sociali e promette in maniera vaga l’«eliminazione della povertà e della disoccupazione», di proteggere i diritti dei lavoratori, dividere i costi tra capitale e lavoro o dividere i profitti con giustizia. Più avanti leggiamo nella nuova Costituzione egiziana che «i salari devono essere legati alla produzione», stabilendo un salario minimo e massimo che non viene però quantificato. Secondo l’articolo 15, «la legge regola l’uso della terra per ottenere giustizia sociale e proteggere contadini e fattori dallo sfruttamento».
Dall’articolo 58 in avanti si parla di educazione e diritti sociali. Come stabiliva anche la Costituzione del 1971, la scuola è obbligatoria e gratuita solo fino alle elementari. «La religione e la storia nazionale» sono gli insegnamenti centrali dell’educazione pre-universitaria. E così si richiama in maniera sempre generica il dovere a sradicare l’analfabetismo, assicurare l’assistenza sanitaria, al risarcimento dei danni da parte dello stato ai martiri della rivoluzione del 25 gennaio 2011 e alle loro famiglie. Nell’articolo 65, si fa riferimento «ad una pensione per i lavoratori che non hanno accesso al sistema di sicurezza sociale». A questo punto si  aggiunge la proibizione del lavoro minorile senza specificare l’età in cui un minore può iniziare a lavorare. Di interesse, è l’articolo 74 che chiarisce l’indipendenza della magistratura e proibisce ogni corte diversa da quella civile. Tuttavia, all’articolo 198 si garantisce l’indipendenza della giustizia militare nonché un budget autonomo per l’esercito.
Dagli articoli 126 in avanti si parla dei poteri del parlamento e del presidente della repubblica. Il parlamento può sfiduciare il primo ministro o uno dei ministri a maggioranza. Mentre il presidente della repubblica può dissolvere il parlamento solo per giusta causa e in seguito a referendum. Il presidente è il comandante delle Forze armate e della polizia, nomina il personale amministrativo civile, militare e può dichiarare a sua discrezione lo stato di emergenza. Secondo l’articolo 152, l’impeachment del presidente deve essere approvato con una maggioranza dei due terzi del parlamento.  
Viene anche sancita l’indipendenza della Corte suprema, che in base all’articolo 177 deve stabilire l’accordo delle leggi con la Costituzione. Tuttavia, una delle principali novità, è l’articolo 188 che stabilisce per la prima volta l’elezione diretta dei Consigli locali su base regionale. Infine, nelle disposizioni generali si stabilisce che l’attuale presidente resta in carica per quattro anni e la Camera alta (Shura) acquista i poteri parlamentari fino alle prossime elezioni. Infine, si abbozza la legge elettorale su base uninominale e si definisce la maggioranza dei due terzi con il ricorso ad un referendum popolare per qualsiasi riforma costituzionale. 

Il Manifesto
Internazionale, pag. 7
venerdì 14 dicembre 2012

giovedì 17 gennaio 2013

Nella nuova Carta non c’è giustizia


EGITTO · Intervista al socialista Khaled Ali, tra i candidati alle passate elezioni presidenziali

Nella nuova Carta non c’è giustizia

Giuseppe Acconcia
IL CAIRO
Parliamo con Khaled Ali, leader del partito socialista e tra i candidati alle elezioni presidenziali. Ali ha subito gravi minacce lo scorso giugno in seguito alla campagna da lui promossa contro i poteri giudiziari alla polizia militare stabiliti dal Consiglio supremo delle Forze armate.
Quali sono i limiti alle libertà sindacali nella nuova Costituzione?
«La nuova Carta è pericolosa per i diritti sociali. Potrebbero sparire le organizzazioni dei lavoratori e non basterà una notifica al governo per la formazione di un sindacato. Così non verranno applicati i criteri stabiliti dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro (Ilo) sui regolamenti sindacali. Addirittura se il consiglio direttivo viene ritenuto responsabile di crimini civili o penali, il governo potrà dissolvere un sindacato. Ma lo stesso principio non viene applicato ai sindacati professionali di medici, avvocati e ingegneri».
Ma su queste questioni tutto dovrebbe dipendere dalle leggi e dai regolamenti applicativi?
«Più in generale tutto dipenderà dalla maggioranza parlamentare e quale interpretazione vorrà dare del testo Costituzionale. È evidente che nella nuova fase di transizione in cui gli islamisti già controllano la Shura (Camera alta, ndr) e con un prevedibile successo alle prossime elezioni parlamentari, per i diritti sociali sarebbe un disastro».
Nella nuova Costituzione non è prevista una vera lotta contro le disuguaglianze sociali?
«Tutti i richiami ai diritti sociali in questo testo sono solo metaforici. Viene concessa la proprietà della terra a non egiziani, non si pongono limiti massimi alla proprietà delle terre coltivabili. Non solo, è più semplice aggirare la questione delle pensioni minime e dei salari massimi rispetto alla Costituzione del 1971. Non vengono posti tetti massimi ai salari del presidente e dei ministri. Poi, questa Carta apre alla privatizzazione del Nilo, delle sue rive e delle sue acque per l’irrigazione. Più in generale non proibisce gli abusi alle risorse naturali. Infine, diminuisce la quota di lavoratori nei consigli direttivi delle aziende pubbliche da metà a un quarto».
Tuttavia, esistono laceranti contraddizioni tra la base elettorale, composta di poveri e classi disagiate, degli islamisti e la leadership della Fratellanza?
«I Fratelli musulmani non hanno nessuna intenzione di assicurare giustizia sociale ma solo di fare propaganda e promuovere assistenzialismo. Non solo, mancano totalmente di capacità di gestione dei conti pubblici. La Carta parla di pensioni ma non dice dove ricavare una quantità così ingente di risorse. Addirittura nella Costituzione del 1971 si parlava di salario minimo senza eccezioni, ora vengono posti dei limiti sui soggetti che avranno diritto ad averlo».
Eppure esiste un movimento giovanile islamista che simpatizza con i diritti dei lavoratori e protesta nelle fabbriche insieme agli operai, non è così?
«Ogni riforma del mercato del lavoro che parta dall’interno della Fratellanza è impossibile. Ho sempre pensato che ci fossero interessi comuni tra la base dei Fratelli musulmani e i lavoratori egiziani. Ora non lo penso più. La base giustifica le decisioni della leadership in tutto e per tutto. Si comportano come un branco e seguono le indicazioni di partito. Certo, esistono politici e attivisti critici verso il movimento, ma lo hanno già lasciato nei mesi scorsi».
Secondo Khaled Ali, le procedure di voto per il Referendum della Carta costituzionale sono state manipolate dai Fratelli musulmani?
«Questo referendum è un colpo di mano della Fratellanza. Ci sono stati gravi episodi di frodi elettorali. Molti esponenti di Libertà e giustizia si sono sostituiti ai giudici. Questo è contro la legge. Centinaia di schede bianche, o non firmate dagli scrutatori, sono state rinvenute all’esterno dei seggi. Ma l’intero processo di scrittura della Costituzione è illegale. Dopo la dichiarazione presidenziale, oltre il 60% dei giudici ha rifiutato di supervisionare il voto. E solo questo basterebbe a renderlo nullo».
Cosa possono fare le opposizioni per arginare quella che lei descrive come una deriva anti sociale promossa dai Fratelli musulmani?
«Lo sciopero è il messaggio principale per la resistenza al regime. Per esempio, dopo il decreto presidenziale la cosa che più ha messo in allarme la leadership dei Fratelli musulmani è stato lo sciopero di giudici, corti e sindacati dei magistrati. Hanno innescato una vera resistenza sociale che è stata efficacissima nel motivare gli egiziani a votare contro la nuova Costituzione. E poi gli operai non hanno alternative se non continuare a scioperare ad oltranza per i loro diritti, messi in discussione due volte: dall’esercito e dagli islamisti».

Questo articolo è apparso su Il Manifesto del 19 dicembre 2012





mercoledì 16 gennaio 2013

Mahalla, dove gli operai bocciano la Costituzione



Foto di Francesca Leonardi
Reportage • Nella regione dove, al tempo degli inglesi, nacque il movimento dei lavoratori egiziani. Allora vennero zittiti dal nazionalismo, ora dagli islamisti. Domani secondo turno del referendum

Mahalla, dove gli operai bocciano la Costituzione
Le manifestazioni contro Morsi sono iniziate qui prima del decreto pigliatutto 
In piazza Shon si è tenuto un voto autogestito sulla Carta promosso dai socialisti locali

Giuseppe Acconcia
MAHALLA AL-KUBRA
Arriviamo nel villaggio di Qafr el-Agazia attraversando campi verdi sterminati, dopo aver lasciato nel grigio dell’inverno mite del Delta del Nilo le case di Shubra Babel. Centinaia di sacchi di cotone riempiono queste terre. Più avanti si produce miele o si raccolgono riso e grano, mentre decine di mucche pascolano ai lati della strada asfaltata che porta in città. Il cotone sarà poi usato dalle antiche fabbriche del centro di Mahalla al-Kubra. Il principale mezzo di trasporto in questi campi sono i tok tok gialli e neri (minuscoli veicoli, modello ape) che portano contadini ed operai nelle loro case. Nel villaggio della regione di Gharbeya sembra tutto fermo al tempo degli inglesi, quando il movimento operaio egiziano nacque e prese forma in queste terre, ispirando i lavoratori protagonisti della rivoluzione del 1919. Allora gli operai vennero azzittiti dal nazionalismo e la disperazione per le rivolte fallite segnò quegli anni cupi, di crisi e risentimento. Sembra che la storia si ripeta, ma questa volta sono gli islamisti a tenere in pugno operai e contadini. All’ingresso del villaggio ci accoglie Garib Moussa, per 30 anni è stato operaio nella fabbrica Gazl el-Mahalla. Siede, avvolto nel suo mantello giallo dei giorni di festa tra le foto di suo figlio, quando faceva il servizio militare, che spiccano sulle spoglie pareti di un verde chiarissimo. Ad uno ad uno arrivano i notabili del paese. Nella regione degli operai hanno prevalso i «no» alla Costituzione con il 52% dei voti. Sono queste le terre dove i partiti socialisti e comunisti del cartello elettorale «La rivoluzione continua» avevano ottenuto i maggiori consensi alle elezioni parlamentari dello scorso anno.

«Uomini del vecchio regime»
«Non ci sono stati benefici dal movimento rivoluzionario», ci spiega Garib. Lui come molti dei contadini di Qafr el-Agazia ha votato per Ahmed Shafiq alle presidenziali. Per questo motivo, la principale accusa mossa dai Fratelli musulmani ai sostenitori del «no» è di essere dei feloul, degli uomini del vecchio regime. C’è qualcosa di vero in quest’accusa e si legge nelle parole degli abitanti del villaggio. Mahmoud Houssa fa il contadino e il conducente di tok tok. Entra nella casa di Garib con la sua lunga galabya bianca, porta gli occhiali e ha dei guanti di lana che gli coprono le mani. «L’autorità di Morsi e le idee dei Fratelli musulmani sono per noi un grande problema. Alcuni politici islamisti sono venuti nelle case dei vicini e hanno dato 100 ghinee (12 euro), riso e zucchero per spingerli a votare “sì” alla Costituzione. Ad alcuni hanno persino preso in affitto un tok tok», rivela Mahmoud. Ma una delle principali ragioni di sdegno di questi contadini è la legge, approvata da Mohammed Morsi, che stabilisce la cancellazione dei debiti degli agricoltori, superiori alle 10000 ghinee (1200 euro). «Quando sono andato in banca, mi hanno detto che devo avere un permesso speciale per azzerare i miei debiti. Si tratta solo di menzogne», tronca Mahmoud. Le manifestazioni contro Morsi sono iniziate a Mahalla ben prima del 22 novembre scorso dopo il decreto pigliatutto del presidente. Gli operai hanno scioperato e marciato verso piazza Shon contro la Costituzione e per la cancellazione dei debiti dei contadini, prima dei cittadini del Cairo. Negli scontri con gli islamisti sulle rotaie del treno, che dividono Mahalla in due, sono rimaste ferite oltre 318 persone, tre in modo grave. Secondo i giovani delle opposizioni, gli attivisti dei Fratelli musulmani hanno usato armi e proiettili, mentre la polizia è rimasta a guardare per ore.
Entrano in questa minuscola stanza anche sheykh Mahrour e il segretario dell’organizzazione dei contadini, Emad Shauki, che inizia: «Il governo dei Fratelli musulmani ha stabilito che il prezzo di una tonnellata di riso è pari a 2000 ghinee (230 euro), ma in realtà lo compra a 1500. Spesso i contadini non trovano neppure dei compratori per il loro riso e sono costretti a venderlo ai commercianti». A questo punto Mahrour interviene: «al tempo di Mubarak una tonnellata di riso veniva pagata dal governo 2500 ghinee (270 euro). 

Il credito agricolo è azzerato
Non solo, il credito agricolo di Gharbeya ha quasi azzerato le sue riserve monetarie negli ultimi due anni. Per questo non vogliamo il governo islamista, sta peggiorando tutto». Ma l’alternativa all’islamismo in queste terre sembra il nazionalismo di Ahmed Shafiq più che una rinascita socialista. Visitiamo Taher Rushdy, è un contadino di 60 anni, fino a 15 anni fa coltivava il cotone. «Non c’è né libertà né giustizia sociale. Abbiamo fatto la rivoluzione ma soffriamo del debito da pagare». Per il continuo aumento dei prezzi, Taher potrebbe non continuare a fare un lavoro che lo impegna 12 ore al giorno, con la sola pausa che si concede per mezza giornata durante l’Eid. Ma a Qafr el-Agazia, molti contadini sono vicini agli islamisti. Discutiamo con Khaled Derwish, politico di Libertà e giustizia e contadino. Racconta di far parte della Fratellanza dal 1994, ma di non aver mai potuto ottenere i posti che gli venivano proposti nelle amministrazioni pubbliche o nella moschea di Al Azhar per le sue idee politiche. «Questa Costituzione è la migliore garanzia per poveri e lavoratori. Se le banche si rifiutano di applicare la legge voluta da Morsi per la cancellazione dei debiti, i contadini devono citarle davanti ai giudici», garantisce Khaled.
Raggiungiamo Mahalla al-Kubra. Alle tre e trenta si aprono i cancelli della fabbrica tessile Gazl el-Mahalla, una parte dei 21000 operai, dopo i massicci licenziamenti del 2001, torna a casa. Gli uomini e le donne del turno della mattina hanno dei volti di ogni tipo, ci sono salafiti con la fronte consumata dalla preghiera, madri con i loro figli, giovani dall’area liberale. Molti camminano con un sacchetto nero dove è custodita la tenuta da lavoro. All’esterno della fabbrica delle donne, sedute in terra, vendono pesce, verdure e mandarini. Svetta sulle quattro grandi ciminiere dell’edificio, il campanile costruito dagli inglesi che scandisce le ore del lavoro degli operai. Dopo il 1919, anche nel 2008, le rivolte hanno avuto inizio proprio da qui. A Mahalla al-Kubra, il movimento «6 aprile» ha avviato le sue campagne a difesa dei lavoratori. Ai piedi dell’imponente orologio, si attardano degli studenti. Sei carri armati dell’esercito proteggono l’ingresso della fabbrica pubblica dopo gli scontri dei giorni scorsi. Parliamo con due operai, Walid e Gamal. Sono due islamisti della prima ora, adesso pentiti e attivisti del movimento socialista di Khaled Ali. 

Cercando rappresentanza
Sembra tutto in trasformazione a Mahalla e tutti alla ricerca di una rappresentazione politica adeguata alle aspirazioni di una vita. «La nuova Costituzione ci vuole mettere il bavaglio», dice Walid mentre con orgoglio mostra le infrastrutture della fabbrica, dalla scuola allo stadio. «Quando ho iniziato a lavorare nel 1984 c’erano 45000 operai», racconta Gamal che ha concluso il turno di notte alle 7 di mattina. «Essere contro Morsi non vuole dire essere contro la religione», prosegue Gamal. Poco più avanti incontriamo Eman, che da 23 anni lavora in questa fabbrica ed è attiva nel movimento sindacale. «Non ci sono diritti per noi lavoratori, una donna come può accettare che il salario sia connesso alla produzione. E poi si apre al diritto di licenziamento che è possibile se la legge lo stabilirà. Non solo, non si dice quando uno sciopero è legale. Addirittura, abbiamo partecipato ad una riunione con il governo in cui hanno promesso di cancellare alcuni articoli ai quali ci opponevano, ma poi non l’hanno fatto», spiega Eman con foga.

Mustamara, quartiere operaio
Di sera raggiungiamo il quartiere operaio Mustamara. Nei lotti costruiti dagli inglesi negli anni trenta vivono 600 famiglie di lavoratori. Qui incontriamo Gamal Hassanin, responsabile del Sindacato dei lavoratori, che non usa mezzi termini nel criticare gli articoli della Costituzione che si occupano di lavoro. «Questa Carta mette le mani sui diritti sindacali. Il governo ha il controllo dei lavoratori, li può licenziare o trasferire. E così gli operai sono a disposizione dei Fratelli musulmani. Non solo, in un paese come l’Egitto non è possibile legare i salari alla produzione: le nostre infrastrutture sono obsolete e questo influisce sui livelli di produzione; in più, aumentano quotidianamente i prezzi dei materiali grezzi. Per questo gli articoli della nuova Costituzione sono irrazionali. I salari dovrebbero essere indicizzati all’inflazione, mentre l’aumento dei salari nel settore pubblico è di due ghinee (25 centesimi di euro) l’anno», chiarisce Gamal. Ma secondo lui le divisioni nella società egiziana si trasferiranno presto nelle fabbriche. «Per i regolamenti interni ad ogni fabbrica il tetto alla produzione può essere di 100 unità al giorno. Per ogni unità in più che produce un operaio non viene pagato dal datore di lavoro. Vogliono portare lo scontro nelle fabbriche, anche se fino ad ora si trattengono dal dirlo. Fratelli musulmani e salafiti si considerano gli unici credenti, mentre gli altri sono tutti comunisti, solo perché parlano di democrazia vengono stigmatizzati. Si può essere ottimi credenti e non avere alcuna relazione con i Fratelli musulmani», conclude con estrema lucidità il sindacalista.

Donne in fila per votare
Pochi giorni fa a Mahalla, in piazza Shon, si è tenuto un voto simbolico sulla Costituzione a cui hanno preso parte operai e contadini. Ad organizzarlo insieme a giovani delle opposizioni, Hamdi Hussein, leader del partito socialista locale. È stato in prigione decine di volte, l’ultima per aver brandito le foto di Mubarak, impresse su una bara, negli scioperi del 1988. «C’è stata una partecipazione straordinaria al nostro contro-referendum. I “no” hanno vinto con il 96%. Le donne hanno fatto la fila per votare e poi mostravano la loro scheda ad altre donne che si aggiungevano alle code. C’era un disabile che non ha potuto votare al referendum ufficiale perché si è rifiutato di essere issato al terzo piano del suo seggio. L’abbiamo fatto votare per primo», racconta felice Hamdi. «La Costituzione crea disuguaglianze tra cittadini e i primi a pagarne le conseguenze sono i nubiani, le donne, gli operai, i cristiani e i bambini. Il governo dice di voler cancellare il debito dei contadini ma aumenta il prezzo dei semi. E così, la vittoria del “sì” sarà comunque una sconfitta per i Fratelli musulmani. Non solo, questa Costituzione riporterà le manifestazioni nelle strade di tutto il paese. Gli islamisti vogliono un Egitto capitalista più di quanto non abbia tentato Hosni Mubarak», conclude il politico.
Mahalla è terra di scioperi e scontri. Le storie dei contadini e degli operai di questa città raccontano la lotta quotidiana tra politica e lavoro. Alcuni trovano nell’islamismo la risposta, altri nel nazionalismo, i più tenaci nel socialismo, come avvenne per il contadino Fikri al-Khuli, che aveva lavorato per le industrie tessili di Mahalla, per poi divenire comunista e finire in prigione al tempo di Gamal Abdel Nasser. 


Il Manifesto
Egitto, pag. 7
venerdì 21 dicembre 2012





lunedì 14 gennaio 2013

Rejecting the Constitution: urban middle class, peasants and workers


CAIRO - In Mohammed Morsi's six months of presidency, dissent towards the Muslim Brotherhood has increased amongst the Delta’s workers and Cairo’s urban neighborhoods. The new Constitution, approved by 64% on December 22nd, was rejected here. If some Egyptians support “yes”, there were tens explaining why to vote “no” in these neighborhoods. We followed the electoral procedures in the working class area of Zaawia, a suburb to the west of Cairo, surrounded by burning garbage on street corners and tuk-tuks blaring music at high volume. Ibrahim guarded an abandoned fertilizer factory and warming himself by a fire. He hoped new investments would arrive soon but he did not know when. In the background were the smokestacks of a generating station and the food product factory fence (Bisco Misr).

Why the Copts and Women reject the Constitution

At the gate of the Madrasa Salamat, we witnessed the first disputes between supporters and opponents of the Constitution. “I reject the Constitution. The president has excessive powers, no minimum salary is granted and wages will be linked to level of production”, explained Mahmoud, 43, teacher.

“A quorum should be granted. The Islamists say with the adoption of the new Constitution, stability will return. However, I think there will be new demonstrations”, answered Mohsen, 52, engineer.

We entered the polling stations; only the Islamist judges took part in the electoral procedure. Four small desks were placed to the right of the ballot box, while men paused for a few seconds to dip their finger in the purple indelible ink. Policemen oversaw the doors of the small classrooms, while soldiers sat in the courtyard or hurried up at the main gate. Outside, near a mosque, a few Salafis, seating on several benches, handed over a paper to each voter. In this way, the Islamists could control who was actually going to say “yes”.

In the alleys of this neighborhood, many Christians are mixed into the urban fabric. “The Muslim Brothers are the problem. They distributed meat in my building. For the poorer a piece of bread is enough to approve a Constitution”, denounced George, 38, Coptic pharmacist with pictures of Pope Shenouda III and his successor Tawadros II in the background. We spoke with abuna Antonius. He seemed happy for a chance to let off steam about the Constitution: “If it is approved, the Islamic religion is going to be over the law. And so the Copts will be worth half a Muslim Egyptian”, he stated in his narrow wooden office.

The priest was seated with a Muslim Brotherhood activist who was asking what reasons there could be to reject the Constitution. “A girl would be able to be married if sharia is implemented, the president can repeal laws approved by the Parliament and decide with broad discretion to pardon condemned criminals. While the Sinai will be not protected and as for the defense of Palestine they only chat about it”, as the priest listed the problematic issues given by opponents. There was tension and anger in the long, impatient queue of women at the Mistamara school in Zaawia. “I reject the Constitution”, summarized Sharbat, a housewife with a small blue scarf on her head. Shortly later a woman intervened screaming: “We are happy about the Constitution, everybody should say that, it is the first time Egyptians have written their own fundamental law. And it is in favor of the poor and Christians”. The crowd grew: many women were prevented from voting after ten hours of waiting.

The peasants of the Delta

We arrived at the village of Qafr el-Agazia passing through an expanse of green fields. Hundreds of cotton sacks filled these lands. Peasants here produce honey; gather rice and wheat, while cows pasture beside the paved road. Cotton is used in the old factories of Mahalla al-Kubra. In this small village in the Gharbiya region everything looks like it did during the British Protectorate when the Egyptian workers movement was born in these lands, inspiring the protagonists of the 1919 Revolution. At that time, the workers were silenced by nationalism. A sense of widespread crisis was the feature of those years. Now the workers and peasants are in the grip of the Islamists. We were welcomed by Garib Moussa, 58, worker in the Gazl el-Mahalla’s factory. He was seated, enveloped in his yellow holiday mantle. One by one, the local elites entered the house. “We did not benefit from the revolutionary movement”, Garib explained. As many peasants of Qafr el-Agazia, he voted for Ahmed Shafiq at the presidential elections. For this reason, the main accusation made by the Muslim Brothers who rejected the Constitution here is to be afeloul, men of the old regime. There is some truth in this. It is even clearer listening to the words of the peasants. One of the main reasons of distain is the law, approved by President Morsi, stating a cancelation of farmers’ debts over 10,000 Egyptian Pounds (1,200 euros). “When I went to the bank, I was told to come back with a special permission”, broke off Mahmoud, 40, peasant and tuk-tuk driver.

The demonstrations against Morsi started in Mahalla before 22 November when the President issued a problematic decree enhancing his own powers. Before the Cairo clashes at the entrance of the Heliopolis presidential palace, Mahalla’s workers had already gone on strike and marched towards the main square against the Constitution, asking for peasants’ debts to be reduced. Clashes at this time with the Islamists on the railways dividing Mahalla into two, 318 persons were injured. According to the opposition movement’s youth, the Muslim Brothers’ activists used weapons and bullets, but the police did not intervene.

The leader of the peasant union, Emad Shauki, stated: “The government established the price of a ton of rice should not exceed 2000 EP (230 euros), but actually they buy it for 1500 EP. Often peasants do not find buyers for their rice and they are obliged to sell it to private traders”. At this stage, sheikh Mahrour intervened: “when Mubarak was president, a ton of rise cost 2500 EP (270 euros). Moreover, Gharbiya’s agricultural bank does not have monetary savings yet. With the Islamists, everything is getting worse”.

We visited Taher Rushdy, 60, peasant. “There is no freedom and social justice either. We made the Revolution but we suffer from the debts we owe”. Because the prices of seeds are still increasing, Taher would stop doing a hard job. But at Qafr el-Agazia, many peasants support the Islamists too. We discussed with Khaled Derwish, politician of the Freedom and Justice Party. He told us he has been part of the Brotherhood since 1994; however, he could not work either as a civil servant or at the Al-Azhar mosque because of his political behavior. “This Constitution is the best guarantee for the poor and workers. If the banks refuse to apply the law, approved by Morsi for the cancellation of debts, peasants should sue the judges”, Khaled granted.

The workers of Mahalla al-Kubra

At 3.30 in the afternoon the gates textile factories of Gazl el-Mahalla open: some of the 21,000 workers return home. Among the men and women ending the morning shift there were Salafis, with the forehead marked by pray, mothers with their sons and young liberals. After 1919, the 2008 upheaval began here. In Mahalla al-Kubra, the 6 April’s movement began its engagement defending workers’ rights. Six army tanks protect the gates following recent clashes. We spoke with two workers, Walid and Gamal, two regretful Islamists. “The new Constitution want to gag us”, Walid said. “Being against Morsi does not mean being against religion”, added Gamal who finished his night shift at 7 in the morning. Later we met Eman, who has been working in this factory for 23 years and is active in the syndicate movement. “There are no workers’ rights, they can sack us when they want if the law states that. The right to strike is not clearly stated. For these reasons, we met the government and they promised to cancel some articles that we rejected, but they did not”, she explained.

In the worker neighborhood of Mustamara, in the houses built by the British in the thirties, live 600 families. Here we met Gamal Abu Ela, leader of the Workers’ Union. He is extremely critical of the Constitution regarding social rights. “They put the syndicate’s freedoms under control. The government can fire and transfer workers. Our facilities are obsolete and the prices of raw materials are increasing: to link production and salaries does not make any sense here. The wages should be linked to inflation, while the salaries increased in public sector by two EP per year (25 cents)”, clarified Gamal.

A few days ago in Mahalla, a symbolic Referendum took place on the Constitution for workers and peasants. Hamdi Hussein, leader of the local Socialist party organized it with the opposition youth. He has been in prisons countless times, the last for a demonstration when he brandished Mubarak’s pictures in a coffin during the strikes in 1988. “There was a great participation in our anti-Referendum, ‘no’ won with 96%. The Islamist Constitution will produce more inequalities between citizens and among the first to be marginalized will be Nubians, women, workers, Christians and children. Therefore, the ‘yes’ will be a defeat for the Brotherhood because new protests will spread across Egyptian squares again”, guaranteed Hamdi.

Articolo pubblicato il 31 agosto scorso su reset.org 

domenica 13 gennaio 2013

I salafiti incendiano il secondo turno


EGITTO

Referendum • Oggi sono chiamati ad esprimersi sulla Carta costituzionale voluta dai Fratelli musulmani gli elettori di 18 governatorati. Islamisti di nuovo in piazza, in un clima di alta tensione

I salafiti incendiano il secondo turno
La frangia radicale degli Hazimon semina il terrore a Alessandria. Sotto attacco bar e partiti di opposizione

Giuseppe Acconcia
IL CAIRO
Si aprono i seggi oggi per il secondo turno del Referendum costituzionale in Egitto. Sono chiamati alle urne gli elettori di 18 governatorati tra i quali Giza, Suez, Minia e nel mar Rosso. Ieri sono scesi in piazza gli islamisti per il secondo venerdì consecutivo, la moschea Qaed Ibrahim di Alessandria è stata al centro di scontri tra attivisti salafiti e movimenti di opposizione. Gli islamisti avevano indetto ieri mattina una grande manifestazione. Ma il ministero degli interni aveva avvertito della possibilità di scontri. E così le opposizioni avevano rinunciato a manifestare. «Gruppi di liberali e socialisti erano presenti sul lungomare adiacente la moschea contro le direttive del Fronte nazionale di salvezza», ci spiega l’attivista socialista Mahinour el-Masri, presente sul posto. «Gli scontri sono durati alcune ore con una sassaiola e si sono sentiti spari», ha proseguito Mahi. La polizia è intervenuta con il lancio di lacrimogeni. Secondo il ministero della sanità si contano oltre 50 feriti e decine di intossicati. Anche lo scorso venerdì, alle parole di incitamento per votare «sì» al referendum costituzionale dello sheykh radicale Ahmed el-Mahalawy avevano fatto seguito duri scontri all’interno e all’esterno della moschea.
A convocare la manifestazione di ieri ad Alessandria sono state le associazioni salafite dawaa el-salafya, il partito el-Nour (luce), le associazioni islamiche universitarie, gamaat al-Islamya, e Libertà e giustizia, partito dei Fratelli musulmani. Ma ad usare la forza, secondo molti attivisti di opposizione, potrebbero essere stati esponenti del movimento Hazimon. Questi salafiti radicali sono ispirati dalle parole di Abu Ismail, candidato salafita escluso alle elezioni presidenziali del maggio scorso, e dalle prediche dell’ottantasettenne sheykh di Alessandria, el Mahalawy. Secondo i movimenti laici, il gruppo si è reso responsabile lo scorso sabato di un attacco alla sede del partito liberale Wafd nel quartiere di Dokki al Cairo. Sul quotidiano Wafd, sono apparse nei giorni scorsi delle foto che mostrano lo stesso Abu Ismail prendere parte all’assalto. Secondo testimoni, è stato appiccato un fuoco sulla facciata del partito dopo di che è iniziato il lancio di bottiglie molotov contro le vetture che circondavano il palazzo.
Ahmed Hussein, segretario del movimento nasserista vicino a Hamdin Sabbahi, ha denunciato attacchi simili al quartier generale della Corrente popolare in piazza Libano a Mohandessin, quartiere commerciale del centro del Cairo. «Prima di arrivare a Dokki nella notte di sabato, gli Hazimon hanno visitato la sede del nostro partito. Uralvano: “vogliamo appiccare il fuoco all’edificio”. Avevano armi, bottiglie molotov e pistole», ha denunciato Hussein al manifesto. Insieme agli Hazimon, hanno preso parte all’assalto del Wafd e della Corrente popolare anche esponenti del movimento al-Ahrar, un gruppo di auto difesa giovanile che vigila sulla moralità pubblica. Questi giovani salafiti, nei giorni scorsi, hanno attaccato vari bar del centro del Cairo, considerati haram, non conformi ai dettami della legge islamica. Secondo il quotidiano indipendente al-Shoruk, decine di persone sono rimaste ferite in questi attacchi mirati, inclusi attivisti politici. Durante l’assalto, gli Hazimon cantavano la «sharia (legge islamica, ndr) è uno stile di vita».
A fomentare le polemiche, sono arrivate ieri le parole di Essam el-Arian, ideologo della Fratellanza, vicino al movimento giovanile. «Se disponessimo di milizie ci saremmo difesi quando ci attaccavano all’ingresso del palazzo presidenziale», ha dichiarato el-Arian. Ma il politico è andato avanti: «La Fratellanza sta considerando di armare la gioventù islamica per proteggere i suoi uffici. Ma mai si arriverà al caos perché il popolo egiziano sa difendere sé stesso e il paese», ha concluso in riferimento ai ripetuti attacchi che le sedi del partito islamista hanno subito in tutto il paese. In seguito alle prime indagini, la polizia egiziana ha arrestato vari esponenti del movimento Hazimon con le accuse di essere responsabili degli attacchi dei giorni scorsi. Tra gli arrestati l’ingegnere, Ahmed Arafa, accusato di detenzione abusiva di armi e l’attivista Sherif el-Hosary.
Sul reale pericolo di movimenti islamisti radicali armati, abbiamo sentito Ali Bakr, ricercatore specializzato in movimenti salafiti. «Gli Hazimon non hanno alcuna organizzazione o struttura cementata. Si incontrano in luoghi diversi in base alle loro esigenze di educazione morale del popolo egiziano. Ho letto le loro pagine Facebook e non si discostano dalla retorica islamista del partito salafita el-Nour». Quello che preoccupa principalmente è il fatto che dispongano di armi. «Si tratta di un movimento reazionario e violento, incitano a diffondere il caos e ad incendiare edifici, hanno a disposizione armi e costruiscono ordigni rudimentali», ha aggiunto Bakr. Secondo il quotidiano indipendente Masry al-Youm, negli ultimi mesi il traffico di armi attraverso il Sinai è incredibilmente cresciuto e ha contribuito ad armare i movimenti salafiti egiziani radicali.

Articolo pubblicato su il Manifesto il 22 dicembre 2012



sabato 12 gennaio 2013

Dai giudici ai lavoratori: la classe media boccia la Costituzione


Il Referendum costituzionale egiziano ha motivato le opposizioni contro le scelte politiche dei Fratelli musulmani. Tuttavia, con le elezioni parlamentari alle porte, l’opposizione egiziana è ancora divisa e frammentata. La nuova Costituzione è stata approvata con il 64% dei voti: un risultato al di sotto delle aspettative per gli islamisti. Al Referendum confermativo del 19 marzo 2011 infatti la dichiarazione costituzionale temporanea, voluta dalla giunta militare e appoggiata dai Fratelli musulmani, aveva ottenuto il 77%. Non solo, a incidere sul risultato c’è stata una bassa affluenza alle urne, ferma al 32%. Si tratta della peggiore partecipazione nelle ultime cinque tornate elettorali, simile alla scarsa mobilitazione del dicembre 2010 in occasione delle ultime elezioni parlamentari della presidenza Hosni Mubarak.
Hanno bocciato la Costituzione la classe media e la piccola borghesia urbana. Alla vigilia del voto i movimenti di opposizione si sono divisi tra boicottaggio delle procedure elettorali, rifiuto della nuova Costituzione e del dialogo nazionale promosso dagli islamisti. Ma la vera opposizione è venuta dai giudici. Con il boicottaggio del voto, i magistrati egiziani hanno dimostrato che in nessun caso accetteranno un ampliamento incontrollato dei poteri presidenziali e neppure un’applicazione estesa della legge islamica nel diritto ordinario. Tuttavia, l’assenza di parte della magistratura nelle procedure elettorali ha permesso ai giudici vicini ai Fratelli musulmani di supervisionare le operazioni di voto e di rendere in questo modo meno trasparente l’approvazione della nuova Costituzione. Non solo, nessun organismo internazionale ha monitorato il voto e neppure la società civile egiziana ha potuto partecipare alle procedure di controllo.
In prima fila contro la nuova Costituzione si sono schierati anche gli uomini del defunto Partito nazionale democratico dell’ex presidente Mubarak, messi al bando dalla partecipazione politica dopo l’approvazione della legge fondamentale. Molti di questi elettori avevano appoggiato alle presidenziali del giugno scorso Ahmed Shafiq. E proprio dal suo esilio dorato negli Emirati, l’ultimo primo ministro di Mubarak ha definito l’intero procedimento elettorale come «falso». I liberali e i nasseristi si sono invece uniti nel Fronte di salvezza nazionale. L’ex segretario della Lega araba Amr Moussa, il premio Nobel Mohammed el-Baradei e il nasserista Hamdin Sabbahi hanno duramente criticato il decreto, emesso il 22 novembre scorso e poi ritirato, che ampliava i poteri del presidente. Hanno indetto manifestazioni di piazza alla vigilia del voto e si sono espressi chiaramente per il «no» alla nuova Costituzione per i limiti imposti alle libertà di espressione, all’uguaglianza tra uomini e donne, per la conferma dei privilegi dei militari. 
Anche i cristiani egiziani hanno bocciato la nuova Costituzione per l’ambigua estensione dell’applicazione della legge islamica. I politici copti hanno criticato duramente l’articolo 3 che, da una parte, assicura autonomia religiosa e giuridica ai cristiani, ma dall’altra, potrebbe limitarne i diritti. Non solo, i cristiani egiziani denunciano un clima di grave intimidazione. Tuttavia, i rappresentanti delle tre principali Chiese cristiane egiziane hanno partecipato all’ultimo round negoziale per la nomina dei 90 esponenti della Shura (Camera alta) che ha assunto poteri legislativi in attesa delle elezioni parlamentari.  Infine, hanno bocciato la nuova Costituzione egiziana socialisti, sindacalisti, giovani rivoluzionari, operai e contadini del Delta del Nilo. Secondo questi gruppi, non si fa un passo avanti nei diritti sociali, non si stabilisce un sistema di welfare diffuso né la costruzione di un meccanismo pensionistico e scolastico equo. Non solo, nella legge fondamentale i diritti sindacali dal salario minimo alla cancellazione dei debiti dei contadini non vengono chiaramente assicurati.
Le opposizioni egiziane si preparano all’approvazione della legge elettorale in un clima di estrema divisione, polarizzazione politica e crisi economica con la Costituzione vigente messa duramente in discussione nei suoi principi cardine e la presidenza di Mohammed Morsi indebolita dagli scontri di piazza dello scorso novembre.

Pubblicato su Ispionline il 09 gennaio 2013
http://www.ispionline.it/sites/default/files/pubblicazioni/commentary_acconcia_09.01.2013.pdf

venerdì 11 gennaio 2013

Cairo guarda all'Iran con l'aiuto del Qatar


Fervono i preparativi al Cairo per le elezioni parlamentari di primavera. E viene sciolto il primo nodo: la legge elettorale che era costata la chiusura del Parlamento lo scorso giugno. Ma lo schema non cambia: due terzi dei deputati saranno eletti tra liste di partito; un terzo dei seggi sarà riservato invece a candidati indipendenti. Tuttavia, dure critiche alla legge sono state mosse dai parlamentari Mamdouh Ramzy e Emil Yacoub che avrebbero preferito quote garantite per la minoranza cristiano-copta e per le donne. A questo punto la legge dovrà essere approvata dalla Corte costituzionale e la data delle elezioni (nel mese di aprile, secondo fonti dei Fratelli musulmani) sarà annunciata a fine febbraio.
Con la nuova legge elettorale, i partiti si riorganizzano. Ancora una volta il Fronte delle opposizioni si spacca annunciando la formazione di due liste separate: una di liberali e cristiani dei Partiti Wafd e degli egiziani liberi; l’altra dei nasseristi della Corrente popolare di Hamdin Sabbahi. Mentre è stato approvato dal Comitato per gli Affari politici della Camera alta (Shura), che detiene il potere legislativo in seguito all’approvazione della Costituzione lo scorso 22 dicembre, il Partito del movimento nazionale. A presentare richiesta per la formazione di questo partito è stato l’ultimo primo ministro di Mubarak, Ahmed Shafiq, in esilio volontario negli Emirati.
Mentre il giro di vite all’interno di Libertà e giustizia, partito dei Fratelli musulmani, è entrato nel vivo. Essam el-Arian, ideologo del movimento e presidente del gruppo parlamentare islamista alla Shura, ha lasciato i suoi incarichi di partito per dedicarsi interamente all’attività legislativa. D’altra parte, un primo rimpasto di governo ha portato alla nomina del nuovo ministro dell’Economia, al-Sayed Hegazy, esperto di finanza islamica. Mentre il nuovo ministro dell’Interno è il generale Mohammed Ibrahim. Secondo indiscrezioni pubblicate sulla stampa locale, il siluramento del ministro dell’Interno uscente, Ahmed Gamal al-Din, si sarebbe reso necessario per la sua netta opposizione ad incontri tra politici islamisti e uomini dell’Intelligence egiziana con un alto comandante dei Pasdaran iraniani, Qassem Suleimani. Nell’agosto scorso, Morsi aveva visitato per la prima volta Tehran in occasione della Conferenza dei paesi non allineati riattivando relazioni diplomatiche con l’Iran, formalmente congelate in seguito al riconoscimento di Israele da parte delle autorità cairote. Ieri il presidente egiziano ha incontrato anche il ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, in visita nella capitale egiziana per discutere della crisi siriana. Salehi, in un’intervista televisiva, ha auspicato un riavvicinamento tra Cairo e Tehran nel rispetto degli interessi reciproci.
A tranquillizzare le acque in un paese dilaniato dalle disuguaglianze sociali e dalla continua svalutazione della lira egiziana, è arrivato ieri l’annuncio di un prestito pari a 1,9 miliardi di euro dal primo ministro del Qatar, Sheikh Hamad bin Jassim al-Thani. Secondo fonti governative, gli aiuti sarebbe immediatamente disponibili. Tuttavia, restano aperte le porte del Fondo monetario internazionale (Fmi) per rinegoziare il prestito di 3,8 miliardi di euro, bloccato lo scorso dicembre, per il rinvio dei tagli alla spesa pubblica richiesti dall’Fmi come rischioso prerequisito al Cairo. Infine, il clima di estrema incertezza e scontro settario che vive l’Egitto del dopo rivolte, iniziate nel gennaio 2011, viene confermato da una notizia, resa nota da fonti militari. Due veicoli carichi di esplosivo si sono diretti verso una chiesa cristiana a Rafah, nel Sinai. L’attentato sventato avrebbe dovuto aver luogo in occasione delle festività del Natale ortodosso lo scorso sette gennaio. Mentre l’udienza di ieri ha rinviato a giudizio al prossimo marzo gli attivisti imputati nel processo contro le organizzazioni non governative che hanno ricevuto finanziamenti dall’estero, avviato lo scorso febbraio. Le autorità egiziane avevano perquisito e chiuso alcune ong, vicine a Stati uniti e Germania, accusate di operare senza licenza e di usufruire di fondi illegali, provocando reazioni durissime di attivisti e politici.

Questo articolo è stato pubblicato su Il manifesto dell'11 gennaio 2013