lunedì 30 gennaio 2012

La rivoluzione egiziana

Su amazon, l'annuncio del libro. Con le introduzioni di Massimo Cirri e Vincenzo Nigro, il libro e' completo e presto lo troverete in libreria

venerdì 27 gennaio 2012

Libertà e giustizia correnti di partito e alleanze di governo


Ad un anno dall’inizio delle rivolte in Egitto, si è riunita al Cairo per la prima volta l’Assemblea del Popolo. Il nuovo Parlamento nasce con poche sorprese e tante conferme: solo sette donne deputato e sette parlamentari copti. “Libertà e giustizia”, unico partito dei Fratelli musulmani, ha  ottenuto un grande successo con il 45% dei voti e 230 su 508 seggi. A partire dai congressi costitutivi di “Libertà e giustizia” dello scorso aprile, si sono moltiplicate le inaugurazioni di sedi di partito, librerie e sale conferenze del movimento.
Tuttavia, la Fratellanza non è un monolite. Da una parte, la componente conservatrice si riconosce in Essam El-Arian, medico, tra i fondatori del partito, e Khayrat Shater, scarcerato nel febbraio scorso, responsabile dell’ufficio economico. Mentre l’altro uomo forte della vecchia guardia, Saad al-Katatny, è stato eletto, con un’ampia maggioranza, nuovo presidente della Camera. Proprio Katatny e il liberale Amr Hamzawi hanno chiesto di aprire una commissione di inchiesta sull’uccisione dei manifestanti nel 2011. D’altra parte, l’ampia componente riformista si riconosce nel medico, Moneim Aboul Fotuh, candidato indipendente alla presidenza della Repubblica. Si tratta soprattutto dei giovani de “La corrente”, parte della coalizione “Rivoluzione continua”. Politico carismatico, formalmente espulso dalla fratellanza dopo aver dichiarato l’intenzione di formare un partito riformista, Fotuh è l’unico tra gli islamisti ad aver sottolineato, dopo il voto, quanto la Rivoluzione non sia ancora “compiuta”.
A questo punto, “Libertà e giustizia” valuta un’alleanza con i liberali per la formazione del governo di trasizione, guidato dal primo ministro Kamal al-Ganzuri. Da una parte, gli uomini d’affari islamisti del Wasat (centro), partito che ha chiesto la legalizzazione negli anni ’90, hanno ottenuto pochi seggi. D’altra parte, sembra improbabile un accordo con il “Blocco Egiziano”, coalizione di cui fa parte l’ex imprenditore di Telecom Orascom, Naguib Sawiris. Questo cartello elettorale ha polarizzato il voto dei cristiani copti, ma ha ottenuto solo il 7% (45 seggi), inclusi i deputati di “Sviluppo e Riforma”, vicini a Mohammed el-Baradei. Tanto che l’ex direttore dell’Aiea ha annunciato il ritiro della sua candidatura alle presidenziali. E così, anche se “Libertà e giustizia” avrebbe i numeri per un esecutivo monocolore, si andrebbe verso un accordo di governo con i liberali del Wafd. Altro partito della nomenclatura, già alleato con la fratellanza nel 1984, il Wafd ha ottenuto solo il 7% dei voti.
Tuttavia, la vera novità politica di questo Parlamento sono i salafiti del Nour (Luce), secondo partito in Egitto, con il 21% dei voti e circa 121 seggi. El-Nour nasce da una rete di movimenti che include Da'awa Salafia di Alessandria, Ansar el-Sunna e gamaat al-islamya, associazioni universitarie responsabili dell'uccisione di Anwar Al-Sadat nel 1981. Nati dalla scissione con i Fratelli musulmani negli anni ‘70 sui temi dell'uso della violenza e la partecipazione politica, hanno subito una dura repressione durante il regime di Mubarak. A questo punto, se “Libertà e giustizia” punterà sulla sicurezza, lo sviluppo economico e su una visione “dinamica” della legge islamica, che preveda uno stato civile con riferimenti alla religione; i salafiti spingeranno sull'applicazione della sharia nella legge ordinaria. Ma i politici del Nour sono ancora inesperti. Resta aperto nel partito il dibattito sui diritti delle donne, di copti e sufi, la legislazione sugli alcolici e la formazione di una polizia religiosa.
Infine, i partiti di sinistra, “Rivoluzione continua” e “Giustizia”, hanno ottenuto solo sette deputati, pagando frammentazione e la richiesta di boicottaggio del voto. Mentre, gli ex uomini del partito di Mubarak, eletti tra gli indipendenti, hanno ottenuto solo pochi seggi e sosterranno l’ex premier Ahmed Shafiq, come candidato alle presidenziali.
Dal canto suo, l’esercito ha limitato le prerogative parlamentari annunciando la formazione di un Consiglio di controllo permanente dell’attività parlamentare. Inoltre, ha procrastinato la riforma costituzionale indicendo il Referendum dello scorso 19 marzo. Infine, ha forgiato una legge elettorale che ha favorito i movimenti già radicati sul territorio. Tuttavia, non sembra che i militari vogliano un controllo quotidiano dell’attività parlamentare. E in questo senso, va letto l’annuncio del maresciallo Hussein Tantawi, alla vigilia delle celebrazioni per il 25 gennaio, sulla fine dello stato d’emergenza e il rilascio di centinaia di attivisti. A questo punto, “Libertà e giustizia” si trova di fronte alla prova del governo del Paese. E’ presto dire quale conseguenza l’attività politica avrà sull’impegno sociale della fratellanza e fino a che punto gli islamisti sapranno promuovere un discorso politico indipendente dal Consiglio militare.

Giuseppe Acconcia
giovedì, 26 gennaio 2012

mercoledì 25 gennaio 2012

La rivoluzione egiziana, tra poco in libreria

Ad un anno dalle rivolte che hanno segnato il Medio Oriente, continuano le riletture e si avvicina la pubblicazione del libro sulle rivolte in Egitto e Medio Oriente. 25 gennaio 2012

sabato 21 gennaio 2012

La rivoluzione egiziana

Tra qualche settimana in tutte le librerie, il mio nuovo lilbro sulla Rivoluzione in Egitto,
spero che nessuno si perda il racconto di quest'anno fuori dal comune,
Giuseppe

giovedì 19 gennaio 2012

L'irresistibile carica dei Fratelli musulmani


STRAVINCONO Concluse le varie tornate elettorali il partito «Libertà e giustizia» conquista il 48%dei voti e 230 seggi sui 508 del parlamento. E i salafiti di el-Nour sono la seconda forza: 23% e 121 seggi

DELUSI I giovani della piazza Tahrir si chiedono «perché ci siamo fatti ammazzare?»

L’irresistibile carica dei Fratelli musulmani
Ma gli islamisti moderati non sono un monolite: al loro interno conservatori e progressisti.


«Libertà e giustizia» stravince le parlamentari in Egitto con il 48% dei voti - 230 su 508 seggi. Poco importa se gli islamisti moderati abbiano raggiunto per ultimi e lasciato per primi le rivolte. Logorati da anni di opposizione, per vincere hanno sfruttato l’integrazione nel vecchio regime. Nel 2005, i Fratelli musulmani contavano già su 88 deputati. E’ iniziato tutto dal sindacato dei medici di via Qasr al-Aini 42, dove i leader della fratellanza tenevano le loro riunioni. Ora, alle sedi originali della confraternita, piccole stanze in casa di simpatizzanti, si aggiungono grandi sedi di partito, librerie e sale conferenze. Ma la leadership è ancora da rodare. Tra i conservatori, un nome su tutti: Kayrat Shater. Scarcerato dopo le dimissioni di Mubarak, si occupa dell’ufficio economico e di gestire i contatti con Hamas. Insieme a lui, Saad al-Katatny, possibile nuovo presidente della Camera, con due vice: un liberale del Wafd e un salafita. Se scotta ancora la sconfitta dei businessmen islamisti del Wasat (centro), che avrebbero ottenuto solo 11 seggi, per nuove allenze «Libertà e giustizia» guarda ai liberali. Sembra fuori discussione un accordo con Kutla, coalizione di cui fa parte l’ex imprenditore di Orascom, Naguib Sawiris. Il «blocco» ha polarizzato il voto dei cristiani, ottenendo solo l’8% - 45 seggi, inclusi i deputati di “Tamnia o Islah” (Sviluppo e Riforma), vicino a el-Baradei. Tanto che l’ex direttore dell’Aiea, per i deludenti risultati e contro l’abuso di potere dei militari, ha annunciato il ritiro della sua candidatura alle presidenziali. Anche se «Libertà e giustizia» ha i numeri per un esecutivo monocolore, andrebbe verso un accordo di governo con i liberali del Wafd. Altro partito della nomenclatura del vecchio regime, già alleato con la fratellanza nel 1984, il Wafd esce dalle elezioni come maggiore forza laica in Egitto, con il 10% dei voti. Ma «Libertà e giustizia» non è un monolite. Molti giovani del movimento guardano a sinistra. Sono nelle liste di «Tyar» (corrente), parte della coalizione «Rivoluzione continua», insieme a socialisti e comunisti. “«Libertà e giustizia» non vuole sentir parlare di sinistra ma il suo discorso politico persegue i diritti sociali” - dichiara al manifesto Ahmed Samir, politico della fratellanza. Questi attivisti sostengono la candidatura alle presidenziali del medico riformista Aboul Fotuh. Politico  carismatico, è l’unico tra gli islamisti ad aver commentato i risultati elettorali sottolineando “come la Rivoluzione non sia ancora compiuta”. E così, il divario tra islamisti radicali e «Libertà e giustizia» si accentua su temi chiave. «I salafiti hanno un’idea stantia di politica, tra barbe e nikab vorrebbero imporre dei costumi superati. Per noi non è questo l’Islam, ad esempio in «Libertà e giustizia» c’è un’ampia partecipazione femminile” - ribatte il politico. I salafiti de el-Nour (Luce), secondo partito in Egitto, con il 23% dei voti - circa 121 seggi - sono la vera incognita di questo parlamento. Non solo barbuti, i salafiti sono ingegneri e insegnanti. Gli islamisti radicali vengono finanziati da immigrati egiziani in Arabia Saudita e nel Golfo. “Abbiamo organizzato la campagna elettorale con donazioni private” - racconta al manifesto Ahmed Salah, politico salafita nel quartiere di Ayn Shamps. “Fino a qualche mese fa, non potevamo accettare nemmeno una lira dall’estero” - ammette Salah. Per limitare i gruppi legati alla jihad-islamica, il regime di Mubarak ha fatto leva sulla legge di emergenza, tracciando i finanziamenti agli islamisti. “Per questo, fare politica ha significato aspettare il momento per essere uccisi o arrestati” - aggiunge Salah. Hanno votato per el-Nour i poveri e parte della classe media. Se agiscono sulla stessa base sociale degli islamisti moderati, hanno grande seguito per le loro idee conformi al Corano. Inoltre, i salafiti egiziani controllano un imponente sistema mediatico: vari quotidiani e almeno sei canali televisivi, come el-Nas (popolo). I politici salafiti sono invece inesperti ed ambigui. Resta aperto nel partito il dibattito sui diritti delle donne, di copti e sufi, la legislazione sugli alcolici e la formazione di una polizia religiosa. Non ci sono solo ombre. Sono nel movimento anche figure liberali che aprono le porte ad un’interpretazione razionale della legge islamica come gli sheik Husama el-Qussy e Ibrahim Naged. Infine, frammentata e per il boicottaggio del voto, la sinistra egiziana e il partito «el-Adl» (giustizia) hanno ottenuto solo alcune decine di deputati nelle roccaforti di Shubra, Mansoura e Mahalla. Mentre, gli ex uomini del partito di Mubarak, eletti tra gli individuali, hanno ottenuto solo una manciata di seggi e sosterranno l’ex premier Ahmed Shafiq come candidato alle presidenziali. “Perchè siamo morti?” - si chiedono a questo punto gli attivisti dei movimenti di resistenza extraparlamentare, “6 Aprile” e Kifaya!, che torneranno in piazza il 25 gennaio contro i militari. L’esercito ha forgiato la legge elettorale per favorire movimenti già radicati sul territorio. Non ha impedito la nascita di partiti su base religiosa. Ha infine svuotato il parlamento di legittimità, puntando su un Consiglio militare permanente. Con la riattivazione del discorso salafita e l’esercito al potere, gli attivisti temono che la Rivoluzione si trasformi in un colpo di stato militare sul modello del movimento Urabi del 1882. Per la piazza, sia il regime di Mubarak che il potente esercito sono eredi dei mandati coloniali. I militari usano gli stessi mezzi coercitivi del vecchio regime, o meglio il controllo dello stato sulla società si riproduce automaticamente.
Giuseppe Acconcia

Il Manifesto


INTERNAZIONALE, pagina 9
Mercoledì, 18 gennaio 2012

mercoledì 18 gennaio 2012

Processo a Mubarak

EGITTO: CHIESTA LA PENA DI MORTE PER HOSNI MUBARAK

Un anno fa, in questi giorni, l'ex presidente egiziano era uno degli uomini piu' potenti del mondo arabo. Ora e' sotto processo rischia la pena capitale. Ma la rivoluzione che lo ha cacciato resta in pericolo a causa dei militari al potere

GIUSEPPE ACCONCIA *
Il Cairo, 06 gennaio 2012, Nena News – Mubarak rischia la pena capitale. «La notte del 27 gennaio, l’ex presidente chiese di sparare sui manifestanti»: questa la ricostruzione del procuratore generale, Mostafa Soliman. È attesa per marzo la sentenza nel processo in cui il rais, dimessosi l’11 febbraio scorso, è accusato anche di abuso di potere. Arrivato in elicottero ieri mattina all’Accademia della polizia della città satellite di New Cairo, l’ex presidente, 83 anni, ha preso parte alla sesta udienza del processo iniziato il tre agosto scorso, in barella. Mentre all’esterno si raccoglievano piccoli gruppi di manifestanti pro e anti Mubarak. Insieme a loro, i familiari degli 850 morti degli scontri della scorsa primavera che brandivano cappi e marionette e mostravano le foto dei martiri, shaada, a cui è ora dedicata la fermata della metro, prima intitolata a Mubarak.
«Non mi aspetto una decisione giusta da questo processo» – ha commentato Bassem, fratello dell’artista visuale Ahmed Bassiony, ucciso il 28 gennaio scorso. I familiari delle vittime temono che il processo si concluda con l’assoluzione completa dell’ex presidente. Le preoccupazioni di un’archiviazione sono cresciute soprattutto in seguito alla testimonianza del generale Hussein Tantawi che ha negato che Mubarak abbia dato ordine di sparare. Dal canto loro, i pro Mubarak fanno cerchio intorno ad Ahmed Shafiq, ultimo primo ministro nominato dal rais, e uno dei candidati ufficiali alle prossime elezioni presidenziali. Presenti e sotto accusa, anche l’ex ministro degli interni Habib el-Adly, sei leader del Partito Nazionale Democratico e i due figli del rais, Alaa e Gamal, che rischiano una condanna a 15 anni di reclusione. È attesa a ore la decisione del giudice per la divisione del processo in due tronconi. Uno inerente alle uccisioni di manifestanti; l’altro in merito alle accuse di corruzione, sperpero di denaro pubblico e cospirazione nell’esportazione di gas. Mentre uno dei principali indagati, Ahmed Ramzy, responsabile delle Forze di sicurezza centrale, non ha preso parte al processo. Di grande impatto è stata la requisitoria di Mostafa Soliman in cui ha accusato Mubarak di aver creato un «sistema corrotto», di spingere il figlio Gamal per la presidenza in un’era segnata da «finte elezioni e dittatura». Il procuratore, tra le urla dei parenti delle vittime, ha mostrato anche video in cui dei poliziotti sparano contro manifestanti indifesi. Soliman ha poi accusato Hussein Salem, imprenditore del gas ed ex ufficiale dell’esercito, di aver ottenuto proprietà pubbliche attraverso gare d’appalto truccate. Il procuratore del Cairo ha infine denunciato che il Ministero degli interni e l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale non cooperano nelle indagini.
Nel processo sono stati chiamati 2000 testimoni, tra cui ufficiali della polizia che hanno visto usare armi contro i manifestanti. Particolarmente attesa è la testimonianza del generale Sami Enan. Proprio su questo punto, la difesa di Mubarak ha minacciato il ritiro dal processo se Enan e l’ex responsabile dei servizi segreti, Omar Suleiman, non venissero ascoltati.
Gli avvocati di Mubarak tentano di prendere tempo e di umanizzare il «diavolo», presentando quotidianamente il presidente malato o mentre scoppia in lacrime, alla vista del corpo trucidato del colonnello Gheddafi. Tuttavia, anche se condannato, il corpo dell’ex presidente non sarà mai un oggetto pubblico. E un giusto processo è la sfida per il sistema giuridico egiziano, ancora costruito sul vecchio apparato coercitivo che delega ai mogles el-urfiyya, consigli consuetudinari, la risoluzione di dispute tra cittadini.
«Proprio dalla Corte del Cairo partirà la grande manifestazione del 25 gennaio, a un anno dall’inizio della Rivoluzione» – dichiara al manifesto Mohammed Abdel Aziz, attivista di Kifaya!. Prenderanno parte all’anniversario delle rivolte anche attivisti liberali e giovani dei Fratelli musulmani. Se non è ancora stata resa nota una posizione ufficiale del movimento, l’intenzione della Guida suprema Mohammed Badie di «voler integrare la piazza nel partito» si rivolge proprio ai giovani islamisti di sinistra della Corrente, Tyar Masri. «Chiederemo all’esercito di lasciare il potere e di non parlare di ‘altra mano’ nell’attivazione delle violenze» – aggiunge Talaat Fahami della Rivoluzione continua. Quest’ultima coalizione ha ottenuto una buona affermazione nel Delta del Nilo, secondo i primi risultati del terzo turno, annunciati oggi. Libertà e giustizia (Fratelli Musulmani) si conferma primo partito anche nel Sinai. I gruppi laici, in particolare i liberali del Wafd, si attestano al terzo posto, dopo i salafiti, con poco meno del 10%. Le tribù del nord del Sinai nella provincia di al-Arish hanno però in parte boicottato il voto oppure appoggiato gli uomini appartenenti alla propria tribù all’interno dei partiti. Nena News

martedì 17 gennaio 2012

I risultati finali, Telecolore. In diretta da Londra, lunedì 16 gennaio 2012.

video

16 gennaio 2012, Ore 12, Telecolore. Nello spazio dedicato all'Archeoclub Nuceria Alfaterna, puntata sulla situazione politica e dei beni culturali in Egitto e fusione delle due Nocera.
In studio Peppe Leone e Salvatore De Napoli dell'Archeoclub Nuceria Alfaterna.
In collegamento web da Londra Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore, collaboratore di Rainews 24 e de Il Manifesto che relaziona sull'esito delle elezioni in Egitto, prospettive e incertezze del dopo voto, e sui beni culturali del paese (Museo egizio, Institut d'Egypt).

lunedì 16 gennaio 2012

Unione inquilini, Pisa

Chiesa incendiata, riesplode il conflitto copti-musulmani - Giuseppe Acconcia
IL CAIRO - Due uomini sono stati uccisi durante scontri tra musulmani e cristiani in a Helwan, un quartiere a sud del Cairo: la chiesa copta Shahedain è stata incendiata. Alla base dell'incidente ci sarebbe una lite scoppiata per impedire il matrimonio di una donna cristiana con un uomo musulmano. Cristiani e musulmani in Egitto convivono abbastanza serenamente, ma spesso nascono dispute sulla questione dei matrimoni misti, dell'ingresso dei copti nell'esercito e dell'accesso dei cristiani alle alte cariche dello stato. E l'atteggiamento dei Fratelli musulmani nei confronti dei copti è spesso contraddittorio. Padre Kamal ammette: «I Fratelli musulmani sono amici dei patriarchi copti, ma non vogliono che i cristiani siano classe dirigente in questo paese. E sono profondamente divisi". Mentre la gente comune ha un punto di vista diverso: "i Fratelli musulmani sono a noi familiari - dice Bishoy - ci aiutano nei momenti di difficoltà. Molti di loro vogliono tenersi lontani dalla politica". "E - aggiunge il ragazzo - nei giorni delle proteste cristiani e musulmani stavano insieme a proteggere case e quartieri." Questo episodio testimonia il peggioramento delle condizioni di sicurezza in Egitto in seguito alla dissoluzione della polizia dalla fine di gennaio e l'inefficace controllo sull'apparato di sicurezza del ministero degli interni. Proprio per protestare contro le bande di baltagheia che girano indisturbate per le città, tra ieri e oggi migliaia di manifestanti hanno circondato le caserme di Giza, Alessandria e 6 ottobre. l Consiglio delle forze armate ha annunciato che il 19 marzo si terrà il referendum sulle modifiche alla Costituzione. Gli egiziani decideranno chi è candidabile alla presidenza, la durata del mandato e la sospensione della legge di emergenza. Dopo questa notizia e in seguito al gesto di Eman Sharaf, nuovo primo ministro, che è sceso venerdì in piazza e ha parlato con alcuni giovani della coalizione, la maggior parte dei manifestanti ha lasciato piazza Tahrir. I manifestanti hanno chiesto a Sharaf di ripristinare il sistema di polizia per la pericolosa presenza di bande criminali in aree popolari e la formazione di un governo tecnico, composto da civili. In ogni caso, una parte dei manifestanti ha intenzione di non andare via. Parte della "coalizione del 25 gennaio" ha uno spirito antipolitico. La prima difficoltà di Sharaf sarà di sostituire figure chiave dell'establishment di Mubarak, come il ministro degli esteri Abu Gheit e Mamdu Marei, ministro della giustizia. Avrebbero entrambi avuto un ruolo fondamentale nel favorire il trasferimento dei beni di Mubarak all'estero. Ma tutto il quadro politico egiziano è in fermento. Giovani attivisti del Tagammu hanno annunciato la formazione dell'Unione per il progresso in opposizione alla leadership del partito. Mentre, Kamal Kalil ha dichiarato vicina la nascita di un terzo partito di sinistra, il Partito democratico dei lavoratori. Inoltre, 18 ordini sufi si sono accordati per la formazione del primo partito sufi d'Egitto, scegliendo Ahmed Maher come rappresentante legale.

Giuseppe Acconcia

mercoledì 11 gennaio 2012

Chi attiva le violenze?



Il Cairo, 31 dicembre 2011, Nena News – «La rivoluzione egiziana è ancora un movimento pacifico», dichiara al manifesto Alaa Abd el-Fatteh, blogger e attivista egiziano, scarcerato lo scorso lunedì dopo due mesi di prigione: l’esercito lo accusa di essere coinvolto nell’uccisione di manifestanti durante gli scontri alla tv di Stato (Maspero), lo scorso 9 ottobre. «Dagli scontri pre-elettorali, la repressione dell’esercito è diventata sistematica e complessa», aggiunge el-Fatteh: «Molti accusano polizia e ex affiliati al partito di Mubarak di attivare bande di criminali, ma è una spiegazione non sufficente». Il giovane blogger si riferisce ai famigerati baltagi, scesi in campo in date cruciali per le rivolte. Hanata, Galisa di Sayeda Nafisa, Tare Matua di Sayeda Zeinab, Musad Safai, Sarsaa, Taha Harami di Sayeda Eisha: sono alcuni dei picciotti più noti, alcuni di loro in prigione. A corto di mance della polizia, si darebbero ora a spaccio e traffico d’armi.
Alaa fa parte di una famiglia di attivisti, è il marito di Manal, blogger che ha raccontato le rivolte con gli occhi delle donne. Fratello e figlio di attivisti per i diritti, punta il dito contro l’esercito. «I movimenti di resistenza civile che hanno continuato a protestare sono impegnati in semplici azioni di auto-difesa. Da una parte, nei sit-in di Tahrir sono coinvolti ‘ragazzi di strada’, gruppi spontanei di poveri che vorrebbero ottenere qualcosa da questa rivoluzione. Dall’altra, a innescare le violenze sono uomini infiltrati tra i militari, spesso in borghese. Sono gli stessi entrati in azione nei gruppi di autodifesa nati durante le rivolte, e nella manifestazione partita dal quartiere di Agouza lo scorso 29 giugno. Sono questi che il 17 dicembre hanno iniziato a dar fuoco all’Institut d’Egypt dall’alto, ben prima che i manifestanti si difendessero con le bottiglie molotov». Quella volta la battaglia è durata quattro giorni, causando la morte di 16 persone e danni ai palazzi pubblici intorno al Parlamento.
Sebbene non soddisfatto dalla schiacciante vittoria elettorale degli islamisti, el-Fatteh aggiunge: «Il primo risultato della Rivoluzione è un parlamento legittimo, e ciò chiarisce come il governo militare sia illegittimo. Un parlamento eletto dal popolo non può che ascoltare le richieste rivoluzionarie, sentire la pressione per le riforme e rispondere agli scioperi generali in corso e ai prossimi, annunciati per marzo», conclude Alaa, che si considera un attivista indipendente del movimento di sinistra «La Rivoluzione Continua». Secondo lui, scioperi e manifestazioni si intensificano anche nelle province. «Ormai è un movimento di resistenza anche a livello locale. La polizia militare affronta per esempio la resistenza degli operai di Damietta che hanno visto avvelenate le acque usate per l’irrigazione dei campi e sono stati sgombrati dall’occupazione permanente del porto».
Cosa pensa della diffusa opinione che gli attivisti siano distanti dalla gente comune? «Quello che succede in piazza è lontano mille volte dalle realtà dei luoghi di lavoro, scuole e ospedali in cui i principi della democrazia partecipativa stanno prendendo forma», risponde Alaa: «Un esempio è l’elezione dei rappresentanti del sindacato dei medici in seguito all’approvazione della legge che liberalizza le unioni di lavoratori». Il provvedimento voluto dal ministro del lavoro, Ahmed El Borai, ha dato ai lavoratori egiziani il diritto di formare sindacati indipendenti dal governo. «Ma c’è ancora da fare molto. Bisogna azzerare la televisione di stato. E i governatori locali vanno eletti. Nessuno vuole che i militari continuino a governare, neppure i Fratelli musulmani». Alaa critica l’intenzione, annunciata dai vertici dell’esercito, di formare un Consiglio militare permanente che controlli l’operato del parlamento, o approvare norme sovra-costituzionali che darebbero ai militari il diritto di veto sulle leggi ordinarie.
Quanto alle accuse di aver partecipato agli scontri settari dello scorso ottobre, Alaa ribatte deciso: «Non ero neppure là durante l’attacco al Maspero, sono arrivato due ore dopo. Le accuse sono costruite ad hoc, con falsi testimoni». Secondo la stampa indipendente egiziana, el-Fatteh sarebbe stato arrestato perché ha rifiutato di rispondere alle domande della corte militare, come era avvenuto alcuni mesi prima con il blogger Essam Hamalawi, immediatamente rilasciato. «Il mio arresto è parte della strategia repressiva dell’esercito», aggiunge Alaa. «Il gior degli scontri di Maspero, i militari stavano attaccando una parte debole della società egiziana, i cristiani copti. Il loro scopo è normalizzare l’uso della violenza, e insieme screditare gli attivisti. E’ successo a me, succede a “6 Aprile”, agli attivisti per i diritti umani, ai socialisti, a chi dà alloggio ai manifestanti», conclude Alaa, che appena rilasciato è tornato in piazza Tahrir.
A confermare le sue accuse, resta in carcere il blogger Maikel Nabil, condannato a due anni per aver criticato l’esercito, ora in sciopero della fame. Inoltre, giovedì sono state brutalmente perquisite 17 ong, tra cui l’Istituto Nazionale Democratico e il Centro arabo per l’indipendenza.

martedì 10 gennaio 2012

Chiesta la pena capitale per l’ex presidente Mubarak




Egitto  AL PROCESSO L’EX RAIS ARRIVA IN BARELLA. SENTENZA ATTESA PER MARZO
Chiesta la pena di morte per l’«intoccabile»
Mubarak rischia la pena capitale. «La notte del 27 gennaio, l’ex presidente chiese  di sparare sui manifestanti»: questa la ricostruzione del procuratore generale, Mostafa Soliman. È attesa per marzo la sentenza nel processo in cui il rais, dimessosi l’11 febbraio scorso, è accusato anche di abuso di potere. Arrivato in elicottero ieri mattina all’Accademia della polizia della città satellite di New Cairo, l’ex presidente, 83 anni, ha preso parte alla sesta udienza del processo iniziato il tre agosto scorso, in barella. Mentre all’esterno si raccoglievano piccoli gruppi di manifestanti pro e anti Mubarak. Insieme a loro, i familiari degli 850 morti degli scontri della scorsa primavera che brandivano cappi e marionette e mostravano le foto dei martiri, shaada, a cui è ora dedicata la fermata della metro, prima intitolata a Mubarak. «Non mi aspetto una decisione giusta da questo processo» - ha commentato Bassem, fratello dell’artista visuale Ahmed Bassiony, ucciso il 28 gennaio scorso. I familiari delle vittime temono che il processo si concluda con l’assoluzione completa dell’ex presidente. Le preoccupazioni di un’archiviazione sono cresciute soprattutto in seguito alla testimonianza del generale Hussein Tantawi che ha negato che Mubarak abbia dato ordine di sparare. Dal canto loro, i pro Mubarak fanno cerchio intorno ad Ahmed Shafiq, ultimo primo ministro nominato dal rais, e uno dei candidati ufficiali alle prossime elezioni presidenziali. Presenti e sotto accusa, anche l’ex ministro degli interni Habib el-Adly, sei leader del Partito Nazionale Democratico e i due figli del rais, Alaa e Gamal, che rischiano una condanna a 15 anni di reclusione. È attesa a ore la decisione del giudice per la divisione del processo in due tronconi. Uno inerente alle uccisioni di manifestanti; l’altro in merito alle accuse di corruzione, sperpero di denaro pubblico e cospirazione nell’esportazione di gas. Mentre uno dei principali indagati, Ahmed Ramzy, responsabile delle Forze di sicurezza centrale, non ha preso parte al processo. Di grande impatto è stata la requisitoria di Mostafa Soliman in cui ha accusato
Mubarak di aver creato un «sistema corrotto», di spingere il figlio Gamal per la presidenza in un’era segnata da «finte elezioni e dittatura». Il procuratore, tra le urla dei parenti delle vittime, ha mostrato anche video in cui dei poliziotti sparano contro manifestanti indifesi. Soliman ha poi accusato Hussein Salem, imprenditore del gas ed ex ufficiale dell’esercito, di aver ottenuto proprietà pubbliche attraverso gare d’appalto truccate. Il procuratore del Cairo ha infine denunciato che il Ministero degli interni e l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale non cooperano nelle indagini. Nel processo sono stati chiamati 2000 testimoni, tra cui ufficiali della polizia che hanno visto usare armi contro i manifestanti. Particolarmente attesa è la testimonianza del generale Sami Enan. Proprio su questo punto, la difesa di Mubarak ha minacciato il ritiro dal processo se Enan e l’ex responsabile dei servizi segreti, Omar Suleiman, non venissero ascoltati. Gli avvocati di Mubarak tentano di prendere tempo e di umanizzare il «diavolo», presentando quotidianamente il presidente malato o mentre scoppia in lacrime, alla vista del corpo trucidato del colonnello Gheddafi. Tuttavia, anche se condannato, il corpo dell’ex presidente non sarà mai un oggetto pubblico. E un giusto processo è la sfida per il sistema giuridico egiziano, ancora costruito sul vecchio apparato coercitivo che delega ai mogles el-urfiyya, consigli consuetudinari, la risoluzione di dispute tra cittadini. «Proprio dalla Corte del Cairo partirà la grande manifestazione del 25 gennaio, a un anno dall’inizio della Rivoluzione» - dichiara al manifesto Mohammed Abdel Aziz, attivista di Kifaya!. Prenderanno parte all’anniversario delle rivolte anche attivisti liberali e giovani dei Fratelli musulmani. Se non è ancora stata resa nota una posizione ufficiale del movimento, l’intenzione della Guida supremaMohammed Badie di «voler integrare la piazza nel partito» si rivolge proprio ai giovani islamisti di sinistra della Corrente, Tyar Masri. «Chiederemo all’esercito di lasciare il potere e di non parlare di ‘altra mano’ nell’attivazione delle violenze» - aggiunge Talaat Fahami della Rivoluzione continua. Quest’ultima coalizione ha ottenuto una buona affermazione nel Delta del Nilo, secondo i primi risultati del terzo turno, annunciati oggi. Libertà e giustizia si conferma primo partito anche nel Sinai. I gruppi laici, in particolare i liberali del Wafd, si attestano al terzo posto, dopo i salafiti, con poco meno del 10%. Le tribù del nord del Sinai nella provincia di al-Arish hanno però in parte boicottato il voto oppure appoggiato gli uomini appartenenti alla propria tribù all’interno dei partiti.

Giuseppe Acconcia

Il Manifesto

INTERNAZIONALE, pagina 9
Venerdì, 6 gennaio 2012

lunedì 9 gennaio 2012

The Mevlevi's House su all voices

The Mevlevi's house

Tanta : Egypt | Jun 18, 2010 at 3:42 AM PDT
Source: Weekly Arham
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It was one of the events of the Spring Festival organised by the NGO Al-Mawared Al-Thaqafi, and it took place inside the old Tekkaya. On 8 May the experimental folk Czech violinist Iva Bittova and the Iraqi oudist Anwar Abudragh started the evenings of the festival with an interesting concert. FULL ARTICLE AT Weekly Arham

domenica 8 gennaio 2012

Siria, colloqui Hamas-Fratelli musulmani

video

Il Cairo, giovedì 29 dicembre 2011.

Predoni e falsari del nuovo Egitto


Predoni e falsari del nuovo Egitto
Fonte: Giuseppe Acconcia - il manifesto
Venerdì 25 Marzo 2011 09:34 -
L'esercito abbandona le sue posizioni, ma il patrimonio egizio
resta sotto attacco. Complice il vuoto politico e le manovre della
cricca Mubarak, i furti di professionisti si moltiplicano. Così come i
ritrovamenti, tra statue e scarabei dimenticati in strada e
«patacche» gettate nel Nilo
IL CAIRO - La polizia è tornata a difendere

venerdì 6 gennaio 2012

A Mahalla votano gli operai


EGITTO · Terza fase delle elezioni parlamentari: affluenza alta nel Delta del Nilo
A Mahalla gli operai votano per gli operai

Votano gli operai di Mahalla al-Kubra e puntano sui lavoratori, candidati tra gli indipendenti. Alle tre aprono i cancelli della fabbrica tessile Gazl Masri, 24000 operai, dopo i massicci licenziamenti del 2001, si precipitano nei seggi. Alta è l'affluenza nel Delta del Nilo, soprattutto di donne. Manifesti elettorali della fratellanza campeggiano nel centro della città, cresciuta intorno alle industrie tessili Gazl Masri nella regione di Gharbya. Mahalla ha un’antica storia di lotte operaie. Il movimento ‘6 aprile’ ha iniziato qui le sue campagne a difesa dei lavoratori nel 2008. «La Rivoluzione non è finita» – racconta al manifesto Wedad, operaia di Gazl Masri. «Siamo entrati di nuovo in sciopero a settembre per le pessime condizioni di lavoro così come andavamo sotto la residenza di Mubarak a Qasr el-Qobba ben prima delle rivolte » - continua l’operaia. Alla crisi economica legata all’instabilità politica si unisce la cronica crisi dell’industria del cotone, oppressa dalla concorrenza cinese. «Voto per Kutla (coalizione di socialisti e liberali) perché l’interesse pubblico non sarà mai assicurato dagli islamisti» - continua Wedad. La risposta alla politica di liberalizzazione economica, avviata da Anwar al Sadat negli anni settanta, iniziò proprio con gli scioperi delle industrie tessili di Helwan e Mahalla. Il punto di non ritorno venne raggiunto con lo sciopero generale del ’77 la cui repressione causò 79 morti. Già Gamal Abdel Nasser aveva saputo disattivare la classe operaia egiziana, integrando i sindacati nel regime, avviando la grande riforma agraria e determinando la nascita di industrie di grandi dimensioni, coesistenti con le piccole imprese precapitalistiche. Mahalla è tornata protagonista delle proteste nel grande sciopero dell‘industria tessile «Sigad» del 1985. Hamdi Hussein, attivista del partito socialista, è stato in prigione decine di volte, l’ultima per aver brandito le foto di Mubarak, impresse su una bara, negli scioperi del 1988. «Sostengo gli  operai indipendenti candidati e il parito el-Adl (giustizia)»- dichiara al manifesto Hamdi. ''La Rivoluzione continua (coalizione di sinistra) è praticamente assente nelle nostre liste elettorali, per questo voterò soltanto candidati individuali che sostengono i diritti dei lavoratori, come Hosman Zeina» - aggiunge Gamal Hassanin, responsabile del Sindacato dei lavoratori. Gli attivisti di El-Adl non hanno trovato un accordo con i comunisti per la stesura di liste elettorali comuni. "Siamo i giovani e gli operai che hanno fatto la Rivoluzione nella piazza Shon di Mahalla", aggiunge Abd el Monim, politico di El-Adl. La sinistra egiziana, imbevuta di nazionalismo negli anni di integrazione nel regime di Mubarak, cerca un nuovo impulso dal movimento rivoluzionario. E per ora, l'unico segno viene dalle lotte sindacali. “Il principale risultato delle rivolte è che possiamo difendere meglio i diritti dei lavoratori, anche se i militari operano per disattivare la legge sulle libertà sindacali voluta dal ministro del lavoro, Ahmed al-Borai” – conclude il sindacalista. D’altra parte, il terzo turno delle elezioni parlamentari, presenta la grande incognita delle dinamiche tribali nel Sinai. Nel dopo Mubarak, stato e tribù sono in lotta per il controllo del territorio. Secondo la stampa indipendente, i beduini, armati fino ai denti, spesso di fucili e pistole che arrivano dai tunnel sotterranei della Striscia di Gaza, hanno formato gruppi di autodifesa durante le rivolte, ancora attivi. Per il voto il valico di Rafa è stato chiuso. Se i beduini, essenziali per assicurare la sicurezza dei gasdotti, vengono integrati nella polizia locale, i fratelli musulmani, per attrarre voti, premono per l’introduzione dei costumi tribali (urf) nel diritto amministrativo.

Giuseppe Acconcia

Il Manifesto
INTERNAZIONALE, pagina 8
Mercoledì, 4 gennaio 2012

martedì 3 gennaio 2012

Sabato 12 febbraio 2011, la caduta di Mubarak

video

Il Cairo, sabato 12 febbraio 2011

Intervento dal Cairo al convegno sui migranti

"Venti di democrazia dal nordafrica"
di Vittoria Caffaro
Domenica 10 aprile 2011 dalle ore 9,00 presso la sala riunione del Piano Sociale di zona Ambito S1 in via Libroia, 52 a Nocera Inferiore si è tenuto il convegno sull'immigrazione "Venti di democrazia dal nordafrica" promosso dall'Arci di Nocera nell'ambito del progetto "Crescere insieme - attività interculturale".

L'incontro è stato l'occasione per le realtà del territorio che si occupano di immigrazione di discutere e confrontarsi con quanto sta avvenendo in Africa, delle rivolte, dei movimenti rivoluzionari. Contemporaneamente l'associazione Goré di Sarno ha allestito una mostra fotografica dal titolo "Dall'emigrazione all'immigrazione". Cuore dell'intero convegno è stato l'intervento, in collegamento video dall'Egitto, di Giuseppe Acconcia, giornalista e ricercatore specializzato in Medio oriente, collabora con diverse testate giornalistiche, vive tra l'Italia e l'Egitto ed è impegnato nella cooperazione euromediterranea. Numerose sono state le domande dei presenti alle quali Giuseppe ha risposto con sollecitudine ed attenzione, raccontando il clima che si respira in questo periodo in Egitto, di come il movimento rivoluzionario si stia diffondendo grazie a facebook, della grande attivazione e partecipazione dei giovani e delle donne, in prima linea sia nell'organizzazione di manifestazioni che in piazza a protestare. Il nostro Centro ha partecipato attivamente all'incontro perché il gruppo di persone che frequentano il Corso di italiano presso il Centro di Accoglienza La Tenda, in via Isaia Rossi a Nocera Inferiore ha discusso durante gli ultimi appuntamenti di quanto sta avvenendo nei Paesi del Nord Africa e in particolare della rivolta del popolo libico contro la dittatura di MU' AMMAR GHEDDAFI e dei continui sbarchi che stanno portando in Italia tante persone. Durante il convegno, a nome di tutto il gruppo del corso, è intervenuta ISUMY di origine cubana, in Italia da due mesi, laureata in matematica e che vive a Nocera. Ecco quanto ha detto Isumy:
La Libia come paese orientale ha come economia fondamentale il petrolio quindi è un paese molto ricco. La rivoluzione del popolo libico è un fatto interno, dopo si è trasformato in una situazione politica internazionale, perché i paesi stranieri che sono intervenuti in Libia lo hanno fatto perché Gheddafi non rispettava il popolo libico.
Il popolo libico deve essere aiutato non solo dall'Italia, ma anche da tutti gli altri paesi. L'aiuto che sta ricevendo non è sufficiente e il problema interno è ancora grave. La vita del popolo libico ha bisogno di un cambiamento totale. La Libia può riuscire anche da sola a risolvere questa situazione. L'intervento degli altri paesi è piuttosto politico; difatti, ritengo che sia stato fatto essenzialmente per il petrolio. La gente innocente non dovrebbe morire in questo modo. Spero che il leader libico si arrenda e lasci il popolo libero a scegliere da sé. I giovani africani si ribellano alla dittatura per avere libertà, migliori condizioni di vita, un lavoro, una famiglia ecc. Rispetto alla Libia la Tunisia è un paese povero. Non ha scuole, non c'è lavoro, non c'è tutela della salute. Anche se non c'è più la dittatura il tunisino scappa per trovare subito condizioni di vita normali. I giovani africani si ribellano perché sono disperati. A causa della povertà molti africani sono costretti a prendere decisioni eccessive come emigrare anche a costo della propria vita. Ritengo che a differenza della Libia gli altri paesi africani debbano ricevere un concreto aiuto umanitario come la costruzione di strutture e l'adozione a distanza dei bambini senza famiglia.
Nel mio paese (Cuba) i giovani non si ribellano anche se esiste la dittatura e la mancanza di libertà ed è certo che Cuba è un paese povero bloccato e del terzo mondo, però il potere costituito ha dato al popolo i servizi principali affinché questo ne potesse usufruire come: scuola, istruzione, salute e assistenza minima agli anziani.

domenica 1 gennaio 2012

Intervista ad Alaa Abd el Fatteh



INTERVISTA · Il blogger-attivista scarcerato dopo 2 mesi
Dalla prigione a Tahrir, torna Alaa Abd el Fatteh

«La rivoluzione egiziana è ancora un movimento pacifico», dichiara al manifesto Alaa Abd el-Fatteh, blogger e attivista egiziano, scarcerato lo scorso lunedì dopo due mesi di prigione: l’esercito lo accusa di essere coinvolto nell’uccisione di manifestanti durante gli scontri alla tv di Stato (Maspero), lo scorso 9 ottobre. «Dagli scontri pre-elettorali, la repressione dell’esercito è diventata sistematica e complessa», aggiunge el-Fatteh: «Molti accusano polizia e ex affiliati al partito di Mubarak di attivare bande di criminali, ma è una spiegazione non sufficente». Il giovane blogger si riferisce ai famigerati baltagi, scesi in campo in date cruciali per le rivolte. Hanata, Galisa di Sayeda Nafisa, Tare Matua di Sayeda Zeinab, Musad Safai, Sarsaa, Taha Harami di Sayeda Eisha: sono alcuni dei picciotti più noti, alcuni di loro in prigione. A corto di mance della polizia, si darebbero ora a spaccio e traffico d’armi.
Alaa fa parte di una famiglia di attivisti, è il marito di Manal, blogger che ha raccontato le rivolte con gli occhi delle donne. Fratello e figlio di attivisti per i diritti, punta il dito contro l’esercito. «I movimenti di resistenza civile che hanno continuato a protestare sono impegnati in semplici azioni di auto-difesa. Da una parte, nei sit-in di Tahrir sono coinvolti ‘ragazzi di strada’, gruppi spontanei di poveri che vorrebbero ottenere qualcosa da questa rivoluzione. Dall’altra, a innescare le violenze sono uomini infiltrati tra i militari, spesso in borghese. Sono gli stessi entrati in azione nei gruppi di autodifesa nati durante le rivolte, e nella manifestazione partita dal quartiere di Agouza lo scorso 29 giugno. Sono questi che il 17 dicembre hanno iniziato a dar fuoco all’Institut d’Egypt dall’alto, ben prima che i manifestanti si difendessero con le bottiglie molotov». Quella volta la battaglia è durata quattro giorni, causando la morte di 16 persone e danni ai palazzi pubblici intorno al Parlamento.
Sebbene non soddisfatto dalla schiacciante vittoria elettorale degli islamisti, el-Fatteh aggiunge: «Il primo risultato della Rivoluzione è un parlamento legittimo, e ciò chiarisce come il governo militare sia illegittimo. Un parlamento eletto dal popolo non può che ascoltare le richieste rivoluzionarie, sentire la pressione per le riforme e rispondere agli scioperi generali in corso e ai prossimi, annunciati per marzo», conclude Alaa, che si considera un attivista indipendente del movimento di sinistra «La Rivoluzione Continua». Secondo lui, scioperi e manifestazioni si intensificano anche nelle province. «Ormai è un movimento di resistenza anche a livello locale. La polizia militare affronta per esempio la resistenza degli operai di Damietta che hanno visto avvelenate le acque usate per l’irrigazione dei campi e sono stati sgombrati dall’occupazione permanente del porto».
Cosa pensa della diffusa opinione che gli attivisti siano distanti dalla gente comune? «Quello che succede in piazza è lontano mille volte dalle realtà dei luoghi di lavoro, scuole e ospedali in cui i principi della democrazia partecipativa stanno prendendo forma», risponde Alaa: «Un esempio è l’elezione dei rappresentanti del sindacato dei medici in seguito all’approvazione della legge che liberalizza le unioni di lavoratori». Il provvedimento voluto dal ministro del lavoro, Ahmed El Borai, ha dato ai lavoratori egiziani il diritto di formare sindacati indipendenti dal governo. «Ma c’è ancora da fare molto. Bisogna azzerare la televisione di stato. E i governatori locali vanno eletti. Nessuno vuole che i militari continuino a governare, neppure i Fratelli musulmani». Alaa critica l’intenzione, annunciata dai vertici dell’esercito, di formare un Consiglio militare permanente che controlli l’operato del parlamento, o approvare norme sovra costituzionali che darebbero ai militari il diritto di veto sulle leggi ordinarie.
Quanto alle accuse di aver partecipato agli scontri settari dello scorso ottobre, Alaa ribatte deciso: «Non ero neppure là durante l’attacco al Maspero, sono arrivato due ore dopo. Le accuse sono costruite ad hoc, con falsi testimoni». Secondo la stampa indipendente egiziana, el-Fatteh sarebbe stato arrestato perché ha rifiutato di rispondere alle domande della corte militare, come era avvenuto alcuni mesi prima con il blogger Essam Hamalawi, immediatamente rilasciato. «Il mio arresto è parte della strategia repressiva dell’esercito», aggiunge Alaa. «Il giorno degli scontri diMaspero, imilitari stavano attaccando una parte debole della società egiziana, i cristiani copti. Il loro scopo è normalizzare l’uso della violenza, e insieme screditare gli attivisti. E’ successo a me, succede a “6 Aprile”, agli attivisti per i diritti umani, ai socialisti, a chi dà alloggio ai manifestanti», conclude Alaa, che appena rilasciato è tornato in piazza Tahrir.
A confermare le sue accuse, resta in carcere il blogger Maikel Nabil, condannato a due anni per aver criticato l’esercito, ora in sciopero della fame. Inoltre, giovedì sono state brutalmente perquisite 17 ong, tra cui l’Istituto Nazionale Democratico e il Centro arabo per l’indipendenza.

INTERNAZIONALE, pagina 9
Sabato, 31 dicembre 2011
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