martedì 28 marzo 2017

Il Grande Iran

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mercoledì 28 dicembre 2016

Perché è stato ucciso Giulio Regeni


Omicidio politico o attacco alla libertà di ricerca. Almeno 19 casi mai denunciati prima di lui

di Giuseppe Acconcia
La ricerca della verità nel caso Regeni è quanto mai complessa e, fin qui, sembra non aver portato risultati significativi. Cerchiamo in questo articolo di togliere il fumo negli occhi che i divieti e le prese di posizione hanno fin qui imposto a chi si è occupato del caso. Sono tante le domande che si possono formulare per arrivare ad una chiara definizione dello svolgimento dei fatti che hanno portato alla tortura e morte del giovane dottorando italiano, il cui cadavere è stato ritrovato al Cairo il 3 febbraio 2016.
La prima e più importante riguarda chi sia stato ad ucciderlo. La risposta va ricercata nel sistema di potere egiziano, nei vertici della polizia e della Sicurezza di Stato. Forse mai sapremo chi ha di fatto commesso il delitto ma vale la pena continuare a chiedere di sapere il suo nome e cognome. La seconda domanda, non meno rilevante, riguarda il perché Giulio Regeni è stato ucciso. A questa domanda tenteremo di rispondere di seguito.

Delitto politico o attacco alla libertà di ricerca?
Questa domanda comporta una riflessione ulteriore che si riferisce al tipo di atto criminale che è stato commesso e con quali fini. La morte di Giulio Regeni, secondo alcuni, è stato un delitto politico. Queste tesi si riferiscono direttamente ai temi della ricerca sui sindacati indipendenti che stava svolgendo in Egitto. Secondo altri, si tratta di un attacco agli stranieri e alla libertà di ricerca (e di informazione). In questo caso, sarebbe il suo dottorato per l’Università di Cambridge ad aver messo in pericolo il dottorando italiano. Evidentemente non è facile schierarsi su questo punto e forse è anche inutile perché sono vere entrambe le ipotesi e l’una non esclude l’altra. Giulio Regeni potrebbe essere stato arrestato come è capitato ad altri egiziani che sono stati prelevati con la forza durante il quinto anniversario delle rivolte di piazza Tahrir, lo scorso 25 gennaio. A quel punto però l’arresto potrebbe essersi trasformato in fermo proprio perché le sue attività di ricerca lo avevano reso noto alla sicurezza egiziana.
Secondo recenti ricerche in corso, ci sarebbero stati 19 casi di ricercatori, prima del caso Regeni, che hanno subìto sorti simili in Egitto e di cui non si sa quasi nulla. A avvalorare questa tesi ci sono due elementi emersi nelle indagini al Cairo. Uno si riferisce all’ammissione della polizia del Cairo che è stato aperto un fascicolo su Giulio Regeni prima della sua scomparsa: circostanza che è molto difficile da confermare senza ragionevoli dubbi. L’altra è la denuncia, confermata dal capo del sindacato degli ambulanti, Mohammed Abdallah, che ha confermato di aver riferito alla polizia di una promessa di finanziamenti, avanzata da Giulio Regeni, tra dicembre e gennaio. Qualsiasi finanziamento da enti stranieri a organizzazioni non governative e sindacati è vietata dalla legge egiziana. Tuttavia, anche questa denuncia sembra una giustificazione effimera per comprendere le ragioni della morte di Giulio Regeni. Tanto che a molti altri analisti è venuto quasi naturale di definire “sfortunato” lo studente italiano, in un contesto in cui “l’eccezionalismo” accademico non aveva mai fatto registrare vittime. Eppure ormai sappiamo che questo è più un mito che una realtà mentre il vero risiede nel fatto che giornalisti, ricercatori e attivisti sono sempre state vittime del regime egiziano dopo il golpe del 2013, spesso nel silenzio mediatico più assordante.

Perché è stato ucciso Giulio Regeni?
Non è facile rispondere a questa domanda. Ma ci proviamo nel modo più puntuale che ci è possibile a questo punto delle indagini. Non abbiamo alcuna notizia sull’identificazione e l’eventuale interrogatorio, o serie di interrogatori, che Giulio Regeni avrebbe potuto subire durante l’arresto. Tuttavia, l’unico nome che è potuto venir fuori in quella fase in cui chi lo ha fermato ha potuto vedere i suoi documenti e i suoi tesserini universitari è Maha Abdelrahman. La supervisor di Giulio Regeni è una ricercatrice brillante. Ha studiato i movimenti di opposizione al regime egiziano non solo focalizzando la sua attenzione su piazza Tahrir ma ricostruendo la lunga storia dell’antagonismo al regime di Mubarak prima, Morsi e al-Sisi poi. Il suo testo Egypt’s Long Revolution Protests Movements and Uprisings (Routledge, 2015), ricostruisce come forse non ha mai fatto nessuno i rapporti politici tra i movimenti egiziani, la natura debole delle coalizioni, i movimenti sindacali egiziani. La professoressa Abdelrahman ha così costruito un insieme di contatti ottimi per lo studio della sinistra egiziana, dei movimenti operai in contesti urbani e periferici.
Uccidere uno dei suoi migliori studenti è stato un modo per colpire Maha Abdelrahman e con lei l’intero mondo della ricerca accademica che si occupa di Egitto. Da quel momento non si contano i ricercatori che sono stati rimandati a casa in aeroporto al Cairo e neppure si sa quanti studiosi abbiano cancellato i loro soggiorni in Egitto, come conseguenza delle torture subite da Giulio Regeni.
Vari elementi confermano questa tesi. Maha Abdelrahman e la collega Anne Alexander avevano scritto una lettera di protesta contro le autorità egiziane per denunciare il grave deterioramento nel rispetto dei diritti umani pochi giorni dopo l’annuncio della morte di Giulio Regeni. La missiva aveva ottenuto migliaia di firme in tutto il mondo. Tuttavia, l’iniziativa era subito stata bollata dalle autorità egiziane come opera di “noti oppositori” al regime di al-Sisi. Quindi, prima ancora che la raccolta firme acquisisse l’eco che meritava, già le autorità egiziane avevano reagito per stigmatizzare il ruolo di oppositori dei primi firmatari.
Non solo, ad un certo punto delle indagini, Maha Abdelrahman ha preferito non rispondere alle domande degli inquirenti italiani. Questa evenienza ha delle spiegazioni logiche molto chiare. Di sicuro implica un tentativo condivisibile di difendere la propria privacy e la possibilità di tornare in Egitto. Ma soprattutto è il segno chiaro di voler proteggere i suoi contatti. La docente è sparita dai social network anche per non mettere in pericolo altre persone in Egitto che avrebbero potuto essere arrestate dalle autorità egiziane.
Dire questo non significa in alcun modo che Maha Abdelrahman abbia delle responsabilità perché mai prima di allora si era verificata una tragedia così grave che avesse come vittima un giovane dottorando straniero. È molto importante rimandare al mittente la cattiva stampa che ha più volte puntato sulle responsabilità dei docenti nella morte del dottorando italiano. Eppure chiarire questo punto implica una cosa sola: Giulio Regeni è stato ucciso per intimorire e colpire la sua docente. Le piste dell’omicidio politico e dell’attacco alla libertà di ricerca si sovrappongono.

C’è stata una reazione adeguata delle autorità italiane?
A questo punto è importante aggiungere un secondo tassello. I carnefici di Giulio Regeni si aspettavano una reazione forte da parte dei media e delle autorità italiane in seguito alla sua scomparsa. Giulio Regeni era sì scomparso ma poiché straniero, e mai prima di allora ci sono stati casi di stranieri desaparecidos, era quanto mai necessario diffondere immediatamente la notizia. Questa reazione non c’è stata. La notizia della scomparsa del ricercatore italiano è stata data in pasto ai media solo sei giorni dopo:il 31 gennaio scorso. Questa attesa non ha aiutato il giovane. Si è trattato di un errore di valutazione commesso dall’ambasciata italiana al Cairo e dai suoi amici più vicini in Egitto, tra cui i ricercatori e studiosi Gennaro Gervasio e Francesco De Lellis, chiusi da quel giorno in un silenzio assordante. Un errore, forse comprensibile in quella fase concitata, ammesso da loro stessi e confermato da Amr Assad e altri amici egiziani che invece avrebbero voluto o hanno cercato di dare immediatamente la notizia ai media. Questa attesa ha corroborato le false supposizioni dei carnefici di Giulio Regeni che avessero tra le mani una spia o un attivista con connessioni internazionali che nessuno ha reclamato dall’Italia.
Gli elementi che hanno ritardato la reazione sono tanti. Il governo italiano a quel tempo non riteneva l’Egitto di al-Sisi una dittatura, anzi il premier Renzi aveva definito al-Sisi un modello. Al-Sisi era stato accolto a Roma come un grande statista con un dispiegamento di sicurezza senza precedenti. Renzi è stato l'unico premier europeo a partecipare al Summit economico di Sharm el-Sheikh nel 2015. Non solo, il premier italiano ha definito al-Sisi in un discorso al parlamento europeo come un «modello della lotta al terrorismo». In altre parole, dopo la Francia che continua ad essere il primo alleato del Cairo, Roma è stato l'asse portante della politica estera egiziana, soprattutto nelle fasi iniziali, quando era forse ancora possibile limitare le pretese della giunta militare, ad accreditare al-Sisi sulla scena internazionale.
In secondo luogo, l'ambasciata italiana era diventata in molte occasioni il megafono degli uomini del vecchio regime. Nelle prime ore della scomparsa di Giulio Regeni, non sappiamo al momento esattamente quale ruolo abbia avuto l'ambasciata italiana: se e quando ha avviato un negoziato con le autorità egiziane per il rilascio di Regeni e a quale livello, quando ha avvertito la Farnesina e l’Università di Cambridge, perché non ha voluto che la notizia venisse diffusa pubblicamente.
Le uniche cose che sappiamo sono che l’ex ministro dello Sviluppo economico, Federica Guidi, ha annullato i colloqui bilaterali in corso al Cairo ed è rientrata in Italia insieme alla delegazione di imprenditori presenti in Egitto, nel giorno del ritrovamento del cadavere. Sappiamo poi che dopo essere stato richiamato a Roma, l'8 aprile scorso, per consultazioni urgenti, l'ambasciatore italiano in carica al momento del delitto ha ribadito in un'intervista rilasciata alla Rai di essere stato il primo a vedere il cadavere di Regeni nell'obitorio di Sayeda Zeinab, a conferma del suo impegno per la ricerca della verità anche se non siamo a conoscenza nei particolari di quello che è avvenuto prima di questo: per esempio quali circostanze hanno reso possibile il ritrovamento del cadavere?


Questi ritardi nella reazione alla scomparsa di Giulio Regeni confermano una volta di più quanto stampa e ricerca viaggino su binari distinti. In casi simili, la scomparsa di vari giornalisti è stata resa nota immediatamente dai media di tutto il mondo. E questo ha permesso in molti casi che venissero salvate le loro vite. In questo caso invece, il muro contro muro tra accademici e giornalisti ha reso per mesi minato il campo della ricerca di questa parte della verità. E quindi è necessario aggiungere qui che chiarire questi punti non implica in nessun modo ridimensionare i crimini commessi e le denunce per i gravi abusi delle autorità egiziane: le uniche responsabili materiali del delitto. Il mondo accademico si sta finalmente interrogando in modo sistematico sulla sicurezza dei ricercatori in Medio Oriente e questo di sicuro permetterà che in futuro non si verifichino casi simili. Anche questi tasselli tuttavia servono a spiegare quello che è successo a Giulio Regeni e a dare piena dignità al termine “Verità”.

sabato 10 agosto 2013

Palestina, Esecuzioni mirate



DOVE È LA PACE

Palestina • Lo storico israeliano Ilan Pappè al manifesto: «L’accordo tra Hamas e Netanyahu è fragile, le incognite sono la nuova Siria e il nuovo Egitto»


ESECUZIONI MIRATE
Uccisi tre giornalisti palestinesi. B’tselem: «Siamo in pericolo»


Giuseppe Acconcia
«Nonostante la tregua, siamo terrorizzati su quello che può accadere nelle prossime ore alla popolazione palestinese», è quanto dichiara in un’intervista al manifesto, Yael Stein, il direttore del dipartimento ricerca dell’istituto israeliano d’informazione e centro per i diritti umani, B’tselem. «E se l’embargo su Gaza prosegue, i cittadini della Striscia non potranno continuare a lavorare e la mobilità con la Cisgiordania non sarà garantita. Per questo chiediamo la fine dell’assedio di Gaza», prosegue Stein.
D’altra parte, il presidente dell'Autorità nazionale palestinese (Anp), Mahmoud Abbas, ha salutato positivamente il cessate il fuoco entrato in vigore tra Israele e i gruppi palestinesi, Hamas e Jihad islamica.Ma più in generale, in merito al tentativo del presidente dell’Anp di promuovere il dialogo tra le due fazioni palestinesi, Fatah e Hamas, la ricercatrice assicura che «la priorità in questo momento è la fine del conflitto e l’allentamento del blocco di Gaza. Secondo Hamas, bombardare Israele è un atto legale per arrivare al riconoscimento della legittimità dei suoi obiettivi. Noi crediamo che si possa arrivare ad una soluzione della crisi senza uccidere civili», prosegue la ricercatrice di B’tselem.
Anche il segretario generale delle Nazioni unite, Ban ki-Moon, ha detto di voler appoggiare il tentativo di Abu Mazen. Dal canto suo, nel festeggiare l’annuncio della tregua, il leader di Hamas, Khaled Meshal, ha assicurato che Israele ha fallito i suoi obiettivi, di interpretare la volontà del popolo palestinese con azioni di resistenza contro gli attacchi israeliani e ha chiesto la fine dell’embargo su Gaza. Ma qual è stata la reazione della Cisgiordania agli attacchi a Gaza? «In questi giorni in Cisgiordania ci sono state continue manifestazioni contro gli attacchi israeliani», ricorda Yael Stein, in riferimento alle manifestazioni di piazza al-Manara a Ramallah avute luogo anche ieri contro l’uso massiccio della forza voluto da Israele. «Il nostro primo motivo di preoccupazione riguarda il numero di civili palestinesi che muoiono ogni giorno negli scontri. Questi dati sono impressionanti e aumentano costantemente a prescindere dall’attacco israeliano in corso».
Secondo un report realizzato da Phan Nguyen, ricercatore dell’istituto indipendente con sede a Washington, Jadaliyya, i numeri dietro il lancio di missili da parte di Hamas, forniti da Israele sono completamente fuorvianti. Nell’articolo si cita il periodo che va tra il 2006 e il 2011. In quel caso, gli israeliani rimaste vittima di missili palestinesi vanno da nove a quindici per anno, mentre i dati forniti dall’esercito israeliano sono molto più alti. «Il tasso di uccisione dei lanci da Gaza è pari allo 0,2%. L’esercito israeliano trucca e esagera i numeri», si legge in conclusione del report. Come se non bastasse, nel mirino degli attacchi israeliani su Gaza ci sono anche i giornalisti. Nei giorni scorsi, sono stati uccisi nei raid due cameraman della tv Al Aqsa, gestita da Hamas, e un reporter di una radio privata. I cameraman sono morti in prossimità dell'ospedale al-Shifa di Gaza, mentre si recavano lì per realizzare un servizio. Un appello urgente per la protezione dei giornalisti è stato indirizzato ad Israele e all'Autorità palestinese dall'Associazione della Stampa estera (Fpa), dopo che nei giorni scorsi le sedi di diverse redazioni a Gaza hanno avvertito esplosioni ravvicinate. «Negli ultimi giorni Israele ha colpito alcuni edifici che ospitano organizzazioni stampa internazionali, mentre miliziani palestinesi hanno sparato razzi da postazioni vicine», si legge nel documento della Fpa.


Il Manifesto
Internazionale, Dove è la pace, pag.3
giovedì 22 novembre 2012